domenica, novembre 08, 2009

How-to, guida all'installazione dell'ultima versione di VLC su Ubuntu 9.10 Karmic Koala

Di seguito vi ri-propongo la breve guida per installare VLC aggiornato su Ubuntu 9.10.

Prima di tutto disinstallate la vecchia versione di VLC da Synaptic (Sistema - Amministrazione - Gestore pacchetti).
In seguito basta aggiungere alle sorgenti software (Sistema - Amministrazione - Sorgenti software - Software di terze parti - Aggiungi): deb http://ppa.launchpad.net/c-korn/ubuntu karmic main
Al momento si aggiorna alla 1.0.3.
Il mio consiglio, però, è disattivare la sorgente software dopo l'aggiornamento alla nuova versione di VLC perché da un errore di autenticazione, che può essere fastidioso ad ogni aggiornamento di sistema.
Questa versione risolve alcuni bug fastidiosi che potevano verificarsi se si applicava il "ritaglio" video.

sabato, febbraio 14, 2009

How-to, guida all'installazione dell'ultima versione di VLC su Ubuntu 8.04


Di seguito vi propongo una breve guida per installare VLC aggiornato su Ubuntu 8.04.
Come saprete su Hardy è presente la versione 0.8.6, per aggiornarla procedete come indicato di seguito:
Prima di tutto disinstallate la vecchia versione di VLC da Synaptic (Sistema - Amministrazione - Gestore pacchetti Sinaptic).
In seguito basta aggiungere alle sorgenti software (Sistema - Amministrazione - Sorgenti software - Software di terze parti - Aggiungi): deb http://ppa.launchpad.net/c-korn/ubuntu hardy main

Al momento si aggiorna alla 0.9.8 per la precisione 0.9.8a (precisazione utile ai tag ^^).
Il mio consiglio, però, è disattivare la sorgente software dopo l'aggiornamento alla nuova versione di VLC perché da un errore di autenticazione, che può essere fastidioso ad ogni aggiornamento di sistema.

giovedì, novembre 27, 2008

Nuova Eco-classifica By Greenpeace

Ancora una volta Greenpeace tenta di spronare le grandi aziende che producono elettronica a rispettare l'ambiente; si è ottenuto molto rispetto a qualche anno fa, ma il lavoro è ancora lungo...

Apple perde 1 posto in classifica dopo essersi dipinta "ecologista" per alcune scelte sull'utilizzo dei materiali di alcuni nuovi prodotti, ma alla fine si sa che la casa di Cupertino punta molto sull'immagine... (l'importante è Apparire).
Più avanti, ma sempre nella parte bassa della classifica, quasi tutti i grandi produttori di PC, Acer, Hp e Dell.
SonyEricsson, Toshiba e Samsung arrivano quasi al 6.
Sempre avanti sulla soglia del 7 si conferma Nokia; chi arriverà per primo nella parte verde della classifica?
Questa è la domanda che si fa Greenpeace e si pongono in molti...



Qui la guida competa: Ecoguida.pdf

lunedì, novembre 24, 2008

Guida all'installazione della chiavetta wi-fi usb - usr5422 - su Ubuntu


Bene, ho deciso di inserire nel mio aggiornatissimo blog delle semplici guide alla configurazione di Ubuntu.
Visto che usandolo risolvo dei problemi, magari spendendo tanto tempo; spero che queste guide possano aiutare qualche Ubuntu user nella configurazione del OS.
Le seguenti istruzioni dovrebbero essere valide per le versioni 7.10, 8.04 e 8.10 (Gutsy, Hardy e Intrepid).

Per far funzionare la chiavetta wi-fi usb della us robotics (usr5422) procedere in questo modo:

Procurarsi i driver per windows che trovate nel cd o dal sito ufficiale, estrarre dallo zip il file RSC4USB.INF.
Disinstallare tutti i vecchi pacchetti di ndiswrapper (se installati in precedenza) e reinstallare solo ndiswrapper-common, ndiswrapper-utils-1.8 o 1.9 e ndisgtk da synaptic caricando poi il driver RSC4USB.INF (a seguto dell'installazione troverete un programma specifico in: sistema, amministrazione). A seguire mettere in blacklist : islsm_usb, islsm_device e islsm; digitando da terminale: sudo gedit/etc/modprobe.d/blacklist (inserire uno sotto l'altro i comandi elencati in precedenza e salvare. Dopo aver spento (non riavviato) e riacceso il pc all'avvio la chiavetta magicamente comincerà a lampeggiare.

lunedì, settembre 22, 2008

Cellulari e tumori, questa volta le notizie non sono buone


Roma - "Chi ha iniziato ad usare i cellulari quando aveva meno di 20 anni ha cinque volte in più la possibilità di sviluppare un glioma", ossia un tumore che colpisce il sistema nervoso centrale.
Sono queste le parole che il professore Lennart Hardell dell'Università medica di Orebro, in Svezia, ha voluto utilizzare dinanzi ad una conferenza internazionale sui rischi della radiazioni. Parole secondo cui esiste una relazione diretta tra certi tumori ed uso del cellulare.

A suo dire, gli studi condotti in Svezia indicano che l'uso del cellulare dopo i 20 anni aumenta del 50 per cento le possibilità che il glioma si sviluppi, e due volte il normale la possibilità che a svilupparsi siano tumori al nervo acustico. Un collegamento che Hardell e alcuni colleghi già avevano teorizzato in tempi recenti.

Vista la prudenza con cui in questi anni molti colleghi del professore svedese si sono espressi sull'argomento, perlopiù sottolineando che non vi è un collegamento certo tra uso del telefonino e cancro, le parole pronunciate da Hardell stanno facendo il giro del Mondo. Se è vero che medici e molte istituzioni scientifiche hanno in questi anni consigliato prudenza nell'uso dei dispositivi mobili, in particolare tra i più giovani, secondo Hardell le nuove evidenze non lascerebbero spazio al dubbio.
Alla conferenza del Radation Research Trust non è ricorso a perifrasi: "Si tratta di un segnale di avvertimento. Ed è molto preoccupante. Dovremmo iniziare a prendere precauzioni". A suo dire sotto i 12 anni non si dovrebbero usare cellulari se non in emergenza, e i giovani dovrebbero al massimo ricorrere all'uso dei messaggini.

Il calo del rischio con l'età sarebbe dovuto alla maturazione del cervello, sebbene il rischio per giovani e giovanissimi potrebbe rivelarsi anche maggiore del temuto perché lo studio che ha condotto con i suoi colleghi non indaga sull'utilizzo del cellulare dopo molti anni, laddove vi sono tumori che possono svilupparsi nel corso di decenni, persino per un tempo più lungo di quanto fin qui sono stati sul mercato i telefonini.

Se si va agli adulti, sostiene Hardell, chi ha utilizzato i telefonini corre un rischio maggiore di sviluppare il glioma o altri tumori al nervo acustico, sebbene i dati su questo fronte siano ancora insufficienti.

Le parole di Hardell sono state prese con molta attenzione dalla platea dei suoi colleghi. C'è chi ritiene che i dati potrebbero essere meno allarmanti, e chi invece ricorda che il problema è già stato sollevato in passato senza però che sia scattata una contromisura. Addirittura David Carpenter, decano della Scuola di Salute pubblica dell'Università statale di New York, ritiene che "i bambini passano molto tempo al cellulare. Potremmo trovarci dinanzi ad una crisi di salute pubblica, ad una epidemia di tumori al cervello come risultato dall'uso dei telefonini".

Vista l'enorme sensazione che le dichiarazioni di Hardell hanno scatenato in mezzo mondo è lecito chiedersi fino a che punto siano attendibili i suoi studi. La National Radiological Protection Board britannica, ad esempio, nel suo ruolo di consigliere del governo inglese, si è affrettata a dichiarare che nello studio svedese latita una precisione statistica ritenuta indispensabile per trarre certe conclusioni. Lo studio di Hardell non è ancora stato pubblicato, ma la Board lo ha già visto e a suo dire non sarebbero stati coinvolti un numero sufficiente di soggetti per arrivare a quelle conclusioni. Non solo, a rendere meno credibili quei dati vi sarebbe il fatto che sono stati raccolti tramite questionario, un mezzo deprecato da chi si ispira a rigidi criteri di indagine.

A gettare acqua sul fuoco ci pensa il direttore della Federazione dell'Industria elettronica, Tom Wills-Sanford: in rappresentanza dei grandi operatori di telecomunicazione e dei produttori ha sottolineato come, guardando l'insieme degli studi di settore svolti fino ad oggi, non vi sia alcuna prova che dimostri che l'uso del cellulare impatta sulla salute delle persone. Di interesse, in questo quadro, anche il fatto che Hardell abbia in passato denunciato i collegamenti torbidi che talvolta avrebbero legato certi industriali di settore a ricercatori nel suo settore, quello oncologico.

Fonte: punto-informatico.it

martedì, luglio 08, 2008

Sony Ericsson Primo Posto Nell'EcoGuida Di Greenpeace

Con l'ottava edizione dell'Eco-guida di Greenpeace ai prodotti elettronici si sono introdotti nuovi criteri di valutazione. Di fronte a regole più rigide, tutte le 18 aziende classificate hanno perso punteggio, ottenendo una media di 5 punti su 10.
Due le eccezioni: Sony Ericsson e Sony che superano di poco la metà del punteggio massimo.




Con la nuova Eco-guida viene infatti chiesto alle aziende di mostrare anche un impegno nella riduzione globale delle emissioni di gas a effetto serra, obbligatoria dopo Kyoto. Le aziende oltre che promuovere l'efficienza energetica dei loro prodotti, devono impegnarsi anche a ridurre le emissioni durante tutto il processo produttivo.

I giganti dell'elettronica sono attenti alle loro performance ambientali, ma solo su alcuni aspetti, ignorandone altri di uguale importanza. Philips, per esempio, si posiziona bene sui criteri relativi a energia e chimica, mentre ottiene un punteggio pari a zero per quanto riguarda la gestione dei propri rifiuti: non possiede un programma globale di recupero dei prodotti a fine vita.

Molte aziende ottengono un buon punteggio sull'efficienza energetica dei loro prodotti, fabbricati in linea con quanto previsto dagli standard Energy Star, un programma congiunto del Dipartimento Energia e Agenzia di Protezione dell'Ambiente degli Stati Uniti. I migliori in campo sono Sony Ericsson e Apple con tutti i modelli che rispettano - e a volte superano - i requisiti previsti dall'Energy Star.

Sony Ericsson si aggiudica il primo posto grazie al pieno punteggio sulla sua politica di gestione chimica. Tutti i nuovi modelli Sony Ericsson non hanno PVC e quelli già in commercio a partire da gennaio scorso sono anche privi di antimonio, berillio e ftalati.

Link diretto all'ecoguida (in .pdf) QUI.

Eco guida nel dettaglio (.pdf) QUI.

Fonte: Greenpeace, Telefonino.Net.

martedì, maggio 13, 2008

Cellulari e salute un problema da NON sottovalutare, specialmente se si guarda al futuro...

Per molti potrà essere considerata l’ennesima ricerca sui danni causati dall’utilizzo del telefonino. Questa volta, ad esprimersi sul delicato e, per molti aspetti, ancora misterioso argomento, è il neurochirurgo australiano Vini Khurana.

Lo scienziato si è basato sulle numerose ricerche precedenti, ricercando le relazioni che tali studi avevano evidenziato, tra le onde elettromagnetiche dei telefonini e lo stato di salute degli individui, in particolare l’insorgenza di malattie gravi, come ad esempio tumori. Khurana è arrivato ad una conclusione allarmante, affermando che c’è una reale correlazione tra l’utilizzo massiccio dei cellulari e l’insorgere di tumori al cervello o alla parotide.

Il problema è sottovalutato, secondo lo studioso, e si rischia di arrivare, senza una concreta campagna informativa, ad una vera e propria emergenza sanitaria. Le parole di Khurana hanno immediatamente riacceso il dibattito tra chi è daccordo con tale ricerca e chi, invece, vede nello studio di Khurana una ricerca priva di imparzialità, condotta in maniera non obiettiva per giustificare le apocalittiche conclusioni del medico australiano.

Tra i maggiori oppositori ai risultati dello studio, la britannica MOA (Mobile Operators Association), che accusa Khurana di aver condotto uno studio parziale del problema, mentre la GSM Association, attraverso i suoi ricercatori, ha aggiunto che è ancora troppo presto per giungere a conclusioni di questo tipo.

Ma non sono solo le associazioni legate al mondo della telefonia mobile (che potrebbero essere spinte da un interesse di tipo economico) a essere in dissaccordo con la ricerca. Anche delle personalità mediche di rilievo, come ad esempio il dottor Matthew Quigley, neuro-oncologo presso l’Allegheny General Hospital di Pittsburgh, il quale non crede ci si debba preoccupare dei risultati presentati da Khurana. Solo il tempo potrà dare le risposte su questa vicenda, sperando in una maggiore chiarezza da parte degli studi sull’argomento e in un ridimensionamento degli allarmi e dei rischi finora prospettati per il prossimo futuro.

Fonte: Cellulari.it

mercoledì, febbraio 13, 2008

L’unico “voto utile” è alla Sinistra Arcobaleno

Non si può, per chi vuole essere alternativo a questa destra, premiare col voto la strategia assurda del Pd in corsa solitaria, che tanto la premierà
E dunque ci siamo. Ci avevano raccontato che nel PD sarebbero “rimasti vivi gli ideali della Sinistra”. Ci avevano raccontato che il PD serviva “per stabilizzare la coalizione” e “per battere Berlusconi”.
Poi, dopo che il PD ha svolto un’azione frenante ogni volta che la Sinistra proponeva avanzamenti su Redistribuzione e Lotta alla Precarietà (non un bel “far rimanere vivi i nostri ideali”, vero?), dopo che, come confermato recentemente da un’intervista della Lonardo, è stato il discorso di Orvieto, e non le inchieste giudiziarie, a scatenare l’ignobile operazione di caduta del Governo orchestrata dall’Udeur, adesso il PD ha definitivamente gettato la maschera: va da solo.
Quindi butta a mare la coalizione (ma non doveva stabilizzarla?), e fa a berlusconi il più grosso regalo: non solo degli avversari non concorrenziali perchè non uniti (potrebbe vincere persino nelle regioni rosse, il che è tutto dire…), ma anche, come confermava un sondaggio SWG dato ieri sera ad Anno Zero, un guadagno in termini di voti (col Centro-Sinistra “ognun per se” il centrodestra è al 49%, con una “nuova Unione”, senza Mastella e senza Dini chiaramente, il centrodestra è al 47%. E la “nuova Unione” sarebbe al 43%, uno svantaggio minore di quello che aveva berlusconi l’altra volta. Quindi il PD ha buttato dalla finestra una grossa chance). E meno male che il PD doveva servire a batterlo, a Berlusconi!

Leggi il resto dell’articolo: Aprileonline.info: L’unico “voto utile” è alla Sinistra Arcobaleno

« SINISTRA ARCOBALENO corre sola e arriva al 15% » lo dice Pecoraro Scanio.

P.s. Banner con sfondo nero della Sinistra Arcobaleno, se vi può servire ;-).

giovedì, febbraio 07, 2008

I cellulari non causano tumori al cervello, almeno pare...

Utilizzare il telefono cellulare non aumenta il rischio di tumore al cervello, secondo un nuovo studio giapponese che è il primo a considerare gli effetti delle radiazioni su diverse parti della materia grigia.
La scoperta si aggiunge alla serie di indizi che vogliono dimostrare che i cellulari sono sicuri, un po' come si fa da tempo immemore con il mondo del fumo e dell'alcool.
Gli scienziati alla Tokyo Women's Medical University hanno confrontato l'uso del cellulare in 322 malati di tumore al cervello con 683 persone in salute e hanno scoperto che l'uso regolare del telefonino non influenza in modo significativo la possibilità di sviluppare un cancro al cervello.
I ricercatori hanno inoltre studiato le radiazioni emesse da diversi tipi di telefoni per osservare gli effetti sulle diverse aree del cervello. Naohito Yamaguchi, che ha condotto la ricerca, pubblicata sul British Journal of Cancer, sostiene che usando le nuove tecniche più accurate e sviluppate, si è scoperto scoperto che non c'è associazione tra l'uso del telefonino e il tumore, fornendo più prove che suggeriscono che non causano il tumore al cervello.
Gli scienziati di tutto il mondo stanno monitorando gli effetti dai campi elettro-magnetici sulla salute umana da circa 60 anni e il più grande studio realizzato finora, che ha coinvolto 420.000 persone, non ha mostrato associazione con alcun tipo di tumore, anche dopo 10 anni di uso del cellulare. Tuttavia Lesley Walker, del Cancer Research UK, dichiara che finora gli studi non hanno portato prove che i telefonini siano dannosi, ma non si può essere completamente sicuri sui loro effetti a lungo termine. La ricerca è ancora in corso.

lunedì, gennaio 21, 2008

A Washington dubbi sull'inquinamento di onde radio, è ora di fare chiarezza!


Washington - L'opinione pubblica non sa che pesci prendere
ed è comprensibile, visto che una volta al mese esce uno studio scientifico che smentisce quello precedente: si parla di potenziale tossicità dei cellulari, un busillis con cui ricercatori di tutto il mondo si baloccano da anni senza arrivare a conseguenze certe. Un problema che secondo la Food and Drug Administration (FDA) di Washington ora va ripreso in esame: la tossicità dei dispositivi mobili non può essere ancora esclusa.

La ragione sta nel fatto che se un singolo cellulare non è dimostrato possa creare problemi di salute, l'utilizzo contestuale di una molteplicità di dispositivi wireless, e il vivere in un ambiente bombardato dal wireless, potrebbe invece far emergere qualcosa di diverso.

Venerdì FDA ha chiesto formalmente al National Research Council di compiere un nuovo passo: studiare se e come possa rivelarsi tossico un ambiente di questo studio, in particolare dando voce a studi che rilevino gli effetti sulla lunga distanza di emissioni a bassa intensità.
L'idea è capire non solo se e in che modo vi siano effetti sulla salute ma soprattutto verificare un'ipotesi avanzata da più parti secondo cui giovani e adolescenti, il cui fisico non sia ancora pienamente sviluppato, possano subire più degli adulti le conseguenze di una esposizione continua alle emissioni. Solo un'analisi sul lungo periodo potrebbe verificare il senso di una ipotesi di questo tipo o capire se e come l'elettrosmog possa influire su una donna in stato di gravidanza, ad esempio, se e come il suo bambino possa risentirne e via dicendo.

Al centro, dunque, un'analisi che toccherà stazioni base di telefonia mobile, tecnologie di comunicazione wireless, potenza dei cellulari e modalità con cui le emissioni penetrano nel corpo umano. Una delle ragioni va cercata nel fatto che la maggiorparte degli studi si concentrano sui possibili effetti sul cervello, quando invece l'uso sempre più frequente dei dispositivi per scopi diversi dalla telefonata fa sì che vengano tenuti per lungo tempo a contatto non più con la tempia o il volto, quanto invece con le mani o altre parti del corpo.

Perché questi nuovi studi producano risultati, evidentemente, ci vorrà molto tempo, ma non mancano di emergere nuovi rapporti sull'influenza dei cellulari nel quotidiano. L'ultima novità è quella secondo cui l'uso smodato del telefonino toglie il sonno.

Ne ha parlato ieri Repubblica.it citando un articolo dell'Indipendent on Sunday secondo cui uno studio finanziato dagli operatori mobili mette in croce l'uso del cellulare la sera o comunque nei pressi del letto dove si va a dormire. Parrebbe infatti che utilizzare il cellulare prima di dormire possa provocare tempi più lunghi per giungere al sonno profondo, ridurre questi periodi di sonno e nei fatti interferire con la capacità del corpo di rigenerarsi.

Si tratta di uno studio realizzato da scienziati svedesi del Karolinska Institutet e dell'Università di Uppsala, in collaborazione con un team della Wayne State University del Michigan, negli Stati Uniti. Lo studio, pubblicato dal PIERS del MIT di Boston viene preso sul serio dagli esperti dei disturbi del sonno, secondo cui ci sono prove sufficienti per determinare che le emissioni del cellulare "impattano sul sonno profondo".

Lo studio ha preso in esame due campioni di uomini e donne, circa 70 persone in tutto, dimostrando che coloro che dormivano bombardati dalle emissioni di fatto dormivano peggio e, in particolare, veniva danneggiata la capacità dell'organismo di risanare i "danni" dei tessuti accumulati durante la veglia. Secondo i ricercatori ci sono prove sufficienti per dire che i telefonini hanno un effetto misurabile sul cervello.

Tra le possibilità che si aprono ora quella secondo cui i cellulari possano "rendere le persone più attente e focalizzate, riducendo la loro capacità di rilassarsi e addormentarsi".

Fonte: Punto Informatico

mercoledì, dicembre 12, 2007

Wi Fi, non è un pericolo, ma...

Roma - Non è caduta nel vuoto l'interrogazione che l'onorevole Donatella Poretti (RnP) ha rivolto in ottobre al Ministero della Salute circa il rischio salute derivante dall'utilizzo di infrastrutture WiFi. Il dicastero ha risposto e, secondo il deputato, lo ha fatto in modo soddisfacente.

L'interrogazione è stata motivata dalle perplessità manifestate, in primis, dal mondo dell'istruzione britannico, in cui insegnanti e genitori hanno cominciato a promuovere una campagna anti-wireless e la Health Protection Agency ha pensato di aprire uno studio esplorativo sui rischi da esposizione a certi campi elettromagnetici. Anche la Germania, in verità, si muove con circospezione attorno agli access point, tanto che persino il Governo ha messo in guardia la cittadinanza sui potenziali pericoli del WiFi, esortando la popolazione alla cautela nell'utilizzo delle tecnologie di trasmissione dati senza fili.

Il Governo italiano si esprime con cautela, ma è meno allarmista, come ha spiegato l'onorevole Poretti in una nota diffusa ieri:
"Il sottosegretario al Ministero della Salute, Serafino Zucchelli, ha risposto oggi ad una mia interrogazione che prendendo spunto da alcuni studi effettuati in Gran Bretagna sulla possibile dannosità delle reti WiFi, domandava se simili ricerche erano state condotte anche in Italia.

Sono stati citati alcuni studi, tra cui anche quello inglese e alcune dichiarazioni dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) riguardo le implicazioni sanitarie dei campi elettromagnetici emessi dalle stazioni radio base per la telefonia cellulare e dalle tecnologie senza fili: sembrerebbe che a breve e lungo termine non ci siano effetti negativi sulla salute. Sempre secondo l'OMS è necessario, però, uno studio che documenti la rapida evoluzione dell'uso della comunicazione senza fili e degli effetti della esposizione ai campi elettromagnetici. In Italia è stato precisato che, finora, ci si è occupati solo marginalmente degli effetti delle rete WiFi e che effettivamente sarebbe opportuno condurre nuovi studi. Per questo il ministero della Salute ha avviato presso il Centro Nazionale di Controllo delle Malattie (CCM) istituito presso il Ministero, il progetto Salute e campi elettromagnetici (CAMELET). Il progetto, dalla durata triennale, è realizzato dall'Istituto Superiore di Sanità ed ha come obiettivo l'istituzione presso il CCM di una struttura per valutare i dati scientifici, la stima dei rischi sanitari e l'idonea informazione ai cittadini, tramite pubblicazioni e uno specifico sito web".

"Mi sono dichiarata soddisfatta della risposta - ha concluso l'onorevole - ritengo che, prestando attenzione a non incappare in allarmismi inutili, sia giusto interrogare le istituzioni sul mondo della tecnologia, per altro in continua evoluzione. I cittadini devono avere informazioni adeguate per un uso consapevole. Vorrei ricordare che mentre l'utilizzo del cellulare è, per così dire, consapevole, in quanto decidiamo se telefonare o meno, per quanto riguarda le reti WiFi si parla di un utilizzo inconsapevole. Non sappiamo se in un dato momento siamo nel bel mezzo di una rete elettromagnetica o meno. È quindi giusto sapere le implicazioni che potremo avere da un sempre più frequente contatto con queste tecnologie".

La posizione espressa dal Ministero della Salute non mette certo una pietra sopra la questione della potenziale nocività del WiFi, ma c'è da tenere presente che le emissioni elettromagnetiche di dispositivi ed apparati che utilizzano questa tecnologia sono sempre inferiori a quelle dei telefoni cellulari e apparati di reti mobili.

Per molti ricercatori il livelli di potenza espresso da apparecchiature WiFi non rappresenta una minaccia per la salute. Difficilmente si arriverà ad uno studio scientifico che dimostrerà con certezza assoluta la totale innocuità di una di queste tecnologie, per cui vale sempre il principio della prudenza e dell'utilizzo cum grano salis.

Dario Bonacina

lunedì, novembre 05, 2007

Gli utenti P2P sono i maggior acquirenti! ...e adesso?

Roma - I danni del P2P stimati dall'industria in miliardi di dollari all'anno sono solo propaganda?

È questa la considerazione più immediata che si potrebbe ricavare dalla lettura di The Impact of Music Downloads and P2P File-Sharing on the Purchase of Music: A Study For Industry Canada, indagine conoscitiva condotta sul territorio al di là del lago Ontario che vuole essere un parere autorevole e indipendente sulla perdurante questione della condivisione dei contenuti additata come pirateria, sui suoi reali effetti di mercato e su come essa modifichi - se le modifica - le abitudini di acquisto dei consumatori.
L'indagine nasce dalla collaborazione tra due professori dell'Università di Londra, Industry Canada e la società demoscopica Decima Research, fondata nel 1979 dallo stratega del Partito Conservatore Progressista del Canada Allan Gregg. Decima ha intervistato oltre 2.000 cittadini canadesi su argomenti quali appunto le abitudini di download e acquisto di contenuti musicali, siano essi autorizzati o meno.
Le principali conclusioni a cui sono pervenuti i ricercatori, delle quali dà notizia fra gli altri l'esperto canadese Michael Geist, stabiliscono quanto segue: nel valutare la popolazione che fa uso di P2P è stato individuato "un rapporto fortemente positivo tra il file sharing e l'acquisto di CD". In sostanza chi scarica è anche maggiormente propenso a spendere soldi per i dischi originali, nella misura stimata di 0,44 CD all'anno per un download mensile.
Inoltre, quando si sommano la popolazione dei downloader e quella dei cittadini non-condivisori si ottiene una somma sostanzialmente nulla, non essendoci dunque alcuna correlazione diretta tra il file sharing e il mercato musicale tradizionale. O per dirla con le parole dei ricercatori, "l'analisi dell'intera popolazione canadese non rivela alcuna relazione, positiva o negativa che sia, tra il numero di file scaricati dai network di P2P e i CD acquistati". Insomma, nessuna prova diretta che suggerisca un effetto di qualsiasi tipo della condivisione illegale dei contenuti sul mercato legittimo dei suddetti, per lo meno in Canada.
Lo studio, come suggerisce e sottolinea Geist, non è stato condotto per il volere di qualche particolare sponsor e quindi non ha alcuna causa di parte da perorare, sia in seno all'industria multimediale che fuori: Industry Canada, la commissione governativa indipendente che lo ha commissionato, intendeva solo raccogliere dati quanto più oggettivi è possibile in vista di decisioni politiche future sull'argomento.
E, a parere degli autori, The Impact of Music Downloads raccoglie informazioni empiriche come mai prima, informazioni individuate nell'ambito del file sharing impiegando per la prima volta dati macroeconomici rappresentativi nell'indagine conoscitiva.
Oltre a trarre le conclusioni di cui sopra, poi, lo studio prende in considerazione un nugolo di questioni frequentemente discusse quando si parla di P2P, come la correlazione - inesistente - tra i download non autorizzati e quelli legali da store come iTunes, il prezzo dei CD e le entrate domestiche che non hanno sostanzialmente impatto sugli acquisti dei supporti, l'effetto nullo degli acquisti digitali su quelli fisici e ancora il numero superiore di dischi acquistati da chi già spende già molto in altre forme di intrattenimento come DVD, cinema e videogame.
Lo studio è secondo Geist un "must-read", poiché sebbene risulti "duro" per i non economisti è l'ennesima, autorevole conferma del fatto "che l'industria ha beneficiato dal P2P e che non esiste alcuna emergenza che necessiti di interventi legislativi speciali". Ed è un messaggio probabilmente diretto non solo alle associazioni del copyright canadesi ma anche alla statunitense RIAA, che ha fatto dei presunti danni del file sharing alle vite di lavoratori e major uno dei suoi più rilucenti vessilli identificativi.

Alfonso Maruccia

Fonte: Punto-Informatico

mercoledì, ottobre 24, 2007

Studi di Greenpeace... ...Da rifare...

Roma - Suona un po' piccata la replica di Greenpeace a BSEF, consorzio che riunisce alcuni produttori di sostanze chimiche, replica con la quale l'organizzazione ecologista tenta di rigettare totalmente le accuse di aver condotto test imprecisi e poco affidabili sul melafonino.

In un comunicato datato 19 ottobre, BSEF accusava apertamente lo studio condotto da Greenpeace di essere "non corretto". Errate le procedure e le tecniche utilizzate: le conclusioni sarebbero quindi prive di ogni supporto numerico e scientifico. Ma soprattutto, secondo gli industriali, allo stato dell'arte non esisterebbe alcun sostituto per i BFR.

La notizia è finita anche sulle pagine di Gizmodo, sulle quali è poi comparsa una replica ufficiale di Tom Dowdall, che si occupa del sito web di Greenpeace: "Siamo entusiasti del dibattito scaturito dal nostro rapporto - spiega in una lettera - ma ci sono una serie di questioni sul vostro blog (Gizmodo, ndR) che saremmo felici di poter chiarire".

Secondo l'organizzazione ecologista, lo studio pubblicato la scorsa settimana è stato condotto secondo metodologie note e largamente approvate. Le sostanze rilevate, inoltre, sebbene consentite in quelle quantità dalle normative in vigore (RoHS), dovrebbero essere comunque eliminate. Infine, i ritardanti di fiamma potrebbero tranquillamente venire eliminati impiegando materie plastiche inerti.

In una lettera allegata dallo stesso Dowdall, si legge tuttavia: "Se ritenete che ci stiamo accanendo su Apple, date un'occhiata al nostro rapporto del 2006, che riguardava moltissime aziende". Greenpeace si starebbe quindi dando da fare su tutti i fronti, per tentare di ridurre l'impiego delle sostanze pericolose. Certo però, quel rapporto "non ha ottenuto tante prime pagine come quello sull'iPhone".

Insomma, a pensare male non si sbaglia (quasi) mai. Dice Gizmodo: "Perché non pubblicare prima una ricerca completa su tutti i produttori, con riferimenti precisi e chiari sulla metodologia applicata, magari in una rivista scientifica?". E poi, solo a quel punto, lanciare un comunicato stampa per mettere alla sbarra i colpevoli.

Gli fa eco The Register, che pure accoglie le tesi di Greenpeace sui ritardanti di fiamma. Ma, come sottolineato nell'articolo, "dove sono le analisi comparative tra il telefono Apple e quelli Nokia, Motorola, Samsung e tutti gli altri?". Non resta che attendere che Greenpeace aggiorni il proprio studio del 2006.

Fonte: Punto-Informatico.

lunedì, ottobre 15, 2007

Pericolo WIFi? Lo sapremo tra qualche anno...


Londra - Mentre le associazioni di insegnanti inglesi invocano il ritorno ad una connettività cablata, complici genitori combattivi, disorientati da anni di studi contrastanti, la Health Protection Agency (HPA) tenta di placare gli allarmismi sulla possibile nocività del WiFi e annuncia l'avvio di uno studio esplorativo.

È The Guardian a raccogliere le dichiarazioni di Pat Troop, a capo di HPA: "Non sono ancora state effettuate ricerche approfondite riguardo alle questioni connesse all'esposizione delle persone a tale tipo di tecnologia, questo è il motivo per cui stiamo avviando questo programma di ricerca e analisi". Protagonisti dello studio sono manichini equipaggiati con monitor per misurare l'intensità delle radiazioni che colpiscono testa e altre parti del corpo: nel corso di test di laboratorio verranno bombardati da onde elettromagnetiche per simulare scenari reali. Si procederà poi alla ricerca sul campo in scuole, uffici, abitazioni per considerare ogni variabile, dal tipo apparecchio utilizzato all'uso che se ne fa.Ma Pat Troop, pur esprimendo prudenza sui dati finora raccolti e facendo riferimento a misurazioni poco significative, confida in risultati rassicuranti: "Non ci sono prove scientifiche del fatto che le reti WiFi e le WLAN minaccino la salute della popolazione. I segnali sono poco potenti, nell'ordine dei 100 milliwatt sia per quanto riguarda il computer sia per quanto riguarda il router". Risultati che, spiega Troops, sembrano non porre problemi di compatibilità con le linee guida stilate dalla International Commission on Non-Ionizing Radiation (ICNIRP). Ha incoraggiato lo studio esplorativo anche Philip Parkin, segretario generale dell'associazione degli insegnanti inglesi, che invita la HPA ad indagare anche l'aspetto ancora oscuro dei cosiddetti effetti non termici che i campi elettromagnetici potrebbero innescare: scansato ogni dubbio riguardo allo stress termico indotto dalle radiazioni, è possibile che i campi elettromagnetici alterino le funzioni biologiche in maniera inaspettata. "Quello che vogliamo - annuncia Parkin - è un'indagine approfondita che confermi che c'è qualcosa di cui preoccuparsi o che di converso attenui del tutto le preoccupazioni che le persone nutrono nei confronti del WiFi." Nel frattempo, nel Regno Unito come in Germania, si procede con cautela: è il principio di precauzione a calmierare l'uso della tecnologia. Bisognerà attendere almeno due anni per i risultati dello studio della HPA, nel frattempo McDonald's ha già introdotto i nuovi salutari menu WiFi mentre, complice BT, si rimpinguano le schiere dei foneros inglesi.

Gaia Bottà

Fonte: Punto-Informatico

domenica, ottobre 07, 2007

Cellulari-Salute, questa volta le notizie non sono buone...

Roma - Si affrettano a spiegare che sono comunque necessari ulteriori approfondimenti, ma la notizia che i ricercatori dell'Università Medica svedese di Orebro hanno lanciato ieri nel Mondo è esplosiva: a loro dire esiste una relazione evidente tra uso dei cellulari e possibilità di sviluppo dei tumori, un rapporto causa-effetto che fino ad oggi nessuno studio aveva esplicitato con certezza.

Adnkronos, che ha diffuso in Italia la notizia, sostiene che i ricercatori guidati dal professor Lennart Hardell abbiano spiegato come l'uso intensivo del telefono cellulare per un periodo di tempo prolungato, superiore ai 10 anni, raddoppi il rischio di sviluppare tumori come il glioma e il neuroma.

L'agenzia di stampa si riferisce in particolare a quanto pubblicato dagli scienziati sulla rivista Occupational Environment Medicine, dove si parlerebbe di una meta-indagine, ossia di una valutazione di 18 diverse ricerche sul tema, "11 delle quali - scrive l'Adn - riferivano risultati ottenuti con osservazioni a lungo termine, di oltre 10 anni". È valutando quei dati, dunque, che sarebbe emersa la relazione causa-effetto, dove le persone "che usano il cellulare per almeno 10 anni corrono un rischio 2,4 maggiore di sviluppare neuromi acustici", e 2 volte superiore di incappare in gliomi. Nel primo caso si tratta di tumori benigni che attaccano il nervo uditivo, nel secondo si tratta di patologie maligne ben più invasive e di difficile estirpazione.
Così come è riportata, la notizia non sembra confermata dall'Hindustan Times, secondo cui non si sarebbe trattato di una meta-indagine ma di una ricerca vera e propria condotta su 1.429 soggetti colpiti da tumori al cervello benigni e maligni e su un campione di 1.470 persone in salute che vivono in Svezia.

La diversa impostazione non cambia alcune delle conseguenze dello studio. Il giornale indiano spiega come gli scienziati ritengano che i telefonini possano rappresentare un rischio soprattutto per chi abita nelle zone rurali, dove cioè la potenza del segnale viene aumentata per compensare la distanza dalle stazioni base di telefonia mobile. Hardell, secondo il Times, avrebbe dichiarato: "Abbiamo riscontrato che il rischio di tumore al cervello è più elevato per chi vive in campagna piuttosto che in città. Più forte il segnale, maggiore il rischio".

Su una cosa, peraltro, le due versioni concordano, che i rischi sulla salute non possano essere evidenziati prima dei 10 anni di utilizzo intenso.

Dello studio esiste peraltro una terza versione pubblicata dall'agenzia sudafricana News24, secondo cui Hardell&C. avrebbero spiegato come l'analisi di studi precedenti dimostri "un percorso chiaro di aumento di rischio per neuroma acustico e glioma".

La novità, rispetto alle altre "versioni" citate, è che il rischio sarebbe maggiore sul lato della testa che si usa abitualmente per parlare al cellulare. News24 conferma peraltro che di meta-indagine si sia trattato e spiega come questi risultati siano dovuti proprio alla possibilità concessa da questo studio di vedere le cose dall'alto e analizzare le evidenze emerse in numerose diverse tipologie di ricerca.

E Hardell proprio a questo attribuirebbe l'assenza fin qui di una correlazione certa tra cellulari e rischio tumore. A suo dire gli studi precedenti non hanno seguito quanto accadeva per un tempo sufficientemente lungo. "Ma ora è passato abbastanza tempo da quando i cellulari sono stati introdotti - sostiene il giornale sudafricano - per analizzare i rischi dell'uso del cellulare per 10 anni o più, un periodo di tempo che viene ritenuto un minimo periodo ragionevole per valutare il rischio".

Secondo l'Adnkronos, infine, Hardell avrebbe dichiarato che "questi risultati sono di grande rilevanza ma saranno sicuramente necessari ulteriori approfondimenti". Secondo News24, invece, gli approfondimenti saranno necessari "perché un aumentato rischio anche per altri generi di tumori non può essere escluso". Due affermazioni dalle conseguenze evidentemente molto diverse.

Fonte: www.punto-informatico.it

martedì, settembre 25, 2007

Il wireless e rischi alla salute delle persone


Il Wi-Fi,
abbreviazione di Wireless Fidelity, è usato da anni in tutto il mondo per riuscire a portare connettività veloce in zone isolate e nei piccoli centri.
Sindaci e Governi fanno sempre più spesso riferimento a questa tecnologia per mettere a disposizione dei cittadini un servizio aggiunto, ma come spesso accade, ci sono vantaggi e svantaggi.

Secondo uno studio dell'European Environmental Agency (EEA) l'aumento in tutte le città europee di centraline wireless per accedere a Internet può creare dei rischi alla salute delle persone.
Le onde elettromagnetiche emesse dalle tecnologia wireless possono nel tempo essere molto pericolose, tanto che le associazioni ambientaliste hanno già fatto appello ai Governi per limitare l'espandersi e l'utilizzo di questi apparecchi.

Tuttavia va tenuto presente che, come per i cellulari, anche il wi-fi è una tecnologia nuova. Il rapporto tra innovazione tecnologica e salute vive di opinioni e studi che riportano pareri contrastanti, se da un lato c'è chi afferma la pericolosità di una tecnologia, dall'altro c'è sempre un altro studio che afferma l'esatto contrario.

Fonte: www.Telefonino.net


Questa a mia veduta non rsppresenta una novità, anzi; la funzione di questi articoli può essere quella di sensibilizzare le persone al problema e quindi di rendere consapevoli di un possibile danno per il futuro.
Voglio comunque sottolineare che le radiazioni dei cellulari, essendo di frequenze più alte, in prossimità del nostro corpo possono sicuramente ritenersi un pericolo maggiore.

sabato, settembre 22, 2007

Ecoguida, ecco i risultati dpo 1 anno dalla prima pubblicazione

A un anno dal lancio dell'Ecoguida di Greenpeace
ai prodotti elettronici verdi, le aziende hanno fatto grandi progressi. Le compagnie sono ora in competizione per essere le prime a diventare verdi eliminando sostanze pericolose, ritirando e riciclando i prodotti in maniera responsabile. La quinta edizione della guida vede Nokia al primo posto con un punteggio di 8 su 10, Sony Ericsson al secondo posto, mentre Dell e Lenovo si contendono il terzo.


"Greenpeace è molto soddisfatta dei progressi dell'industria elettronica. Solo un anno fa meno della metà delle aziende superavano un punteggio di 5/10, oggi lo raggiungono tutte" dichiara Vittoria Polidori, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace. "Per alcuni la strada da percorrere è ancora lunga, ma lo slancio è estremamente incoraggiante. Quello che ci entusiasma di più è che mentre la guida si concentra sulle aziende leader del mondo hi tech, i miglioramenti possono essere visti nell'intero settore".

Hewlett Packard (HP) è l'unica compagnia che ha perso punti da quando è stata pubblicata l'ecoguida, avendo indebolito il suo impegno verso la responsabilità del produttore di ritirare i beni a fine vita e non indicando ancora dei tempi certi per l'eliminazione completa di sostanze chimiche pericolose.

Panasonic giace sul fondo della classifica, malgrado il lancio di alcuni prodotti privi delle principali sostanze rischiose, in quanto non riesce a gestire in modo responsabile i propri rifiuti elettronici. Apple, non ha perso punti, ma è caduta alla 12° posizione perchè non avendo intrapreso nuove iniziative, ha permesso ai suoi concorrenti di superarla.


domenica, luglio 22, 2007

Vittoria per i P2P

Ora è pareggio


DOPPIA vittoria dei consumatori al Tribunale di Roma, nella guerra del peer to peer. "Per la prima volta, il Tribunale ha accolto i nostri rilievi in due controversie riguardanti il rapporto tra il diritto d'autore e la disciplina sulla privacy", spiegano a Repubblica.it dal Garante della Privacy. Il Tribunale ha dato quindi ragione a Wind e Telecom Italia, che Peppermint (azienda discografica tedesca) e Techland (produttore di videogiochi polacco), rispettivamente, avevano chiamato in giudizio con procedura d'urgenza per conoscere le identità dei loro utenti colti a condividere su reti peer to peer file protetti da diritto d'autore. Lo scopo era rivalersi sugli utenti, di cui però conoscevano solo un'identità informatica (indirizzo Ip) trovato rovistando nelle reti peer to peer con un software dell'azienda svizzera Logistep. Per arrivare all'identità reale, da quella informatica, c'era bisogno di passare dai provider.

Nelle settimane scorse, invece, per casi simili lo stesso Tribunale aveva sempre dato ragione ai detentori di diritto d'autore: la prima volta, ad aprile, a Peppermint contro Telecom Italia; poi a Techland contro Tiscali e a Cdv Software Entertainment (azienda di videogiochi) contro Wind e Tiscali (Wind ha però sporto reclamo e il procedimento non è ancora finito).

Se stavolta è andato in modo opposto è perché nel frattempo si è fatto sentire forte il tamburo delle associazioni consumatori (Codacons, Adiconsum, Altroconsumo, Aduc) e del Garante della Privacy, scesi a difesa degli utenti. La loro tesi, adesso accolta dal Tribunale, è che l'uso del software Logistep ha violato il diritto alla privacy degli utenti e che quindi quelle aziende non ne possono usare i dati per rivalersi in tribunale. È possibile violare la segretezza delle comunicazioni elettroniche solo in casi gravi e secondo il Tribunale il peer to peer non rientra tra questi.

Non solo: secondo il codice della privacy, un privato o un'azienda possono raccogliere dati personali altrui senza il suo consenso solo allo scopo di difendere i propri diritti in sede legale (unica eccezione consentita); il che vale però solo se la raccolta è stata fatta in modo legittimo (non violando il domicilio altrui, fisico o informatico) e se l'utilizzatore (Peppermint e Techland) sono già riusciti a ottenere da sé i dati di cui hanno bisogno (non è questo il caso poiché li chiedevano appunto ai provider).

Per i detentori di diritto d'autore è una sconfitta che farà testo, perché adesso per la prima volta un giudice italiano ribadisce che queste investigazioni private nelle reti peer to peer a caccia di pirati sono illegittime. D'ora in avanti sarà meno facile per le aziende trovare la strada spianata su questo fronte, con cui speravano di ottenere soddisfazione in tempi rapidi, indagando per conto proprio per poi minacciare gli utenti uno ad uno. Così aveva fatto Peppermint con 4 mila utenti Telecom, ad aprile e poi di nuovo a luglio con due giri di raccomandate con cui chiedeva 330 euro di rimborso. Offriva così all'utente un modo per evitare la denuncia.

Anche sulla legittimità di questa rivalsa ci sono ombre, perché secondo il nostro codice i reati connessi alla pirateria online sono perseguiti d'ufficio dalle autorità e quindi da noi il patteggiamento privato (usuale invece all'estero) è privo di fondamento giuridico. Pagare non scampa insomma il rischio di denuncia (d'ufficio) e di doversi presentare in tribunale per rispondere del reato. La contesa non è finita: considerate le precedenti vittorie ottenute in tribunale dalle aziende (dove le leggi sono state interpretate in modo opposto dai giudici), permane una netta incertezza giuridica sulla questione. La guerra è ancora aperta a ogni esito; certo è che adesso le forze in campo sembrano equilibrate e che gli utenti non sono soli in questa lotta.

di ALESSANDRO LONGO

Fonte: www.repubblica.it

sabato, giugno 30, 2007

Ancora, ecoguida ai prodotti elettronici di Greenpeace

Sembra un'altalena l'ecoguida ai prodotti elettronici di Greenpeace che valuta l'impegno delle aziende per l'eliminazione di sostanze chimiche pericolose e il riciclaggio dei rifiuti elettronici.

In prima posizione si piazza Nokia, scavalcando Dell e Lenovo che scendono al secondo posto, seguite da Sony Ericsson e Samsung, mentre Sony è ultima dietro LG, entrambe penalizzate per i "doppi standard" delle loro politiche di gestione dei rifiuti.
Apple risale dall'ultima posizione alla decima.

Per Vittoria Polidori, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace 'È evidente che le aziende stanno sfidandosi per produrre prodotti più verdi. L'ultimo impegno di Steve Jobs di eliminare le sostanze tossiche ha fatto salire Apple in classifica. Ora, con l'iPhone, l'azienda affronta una nuova sfida: venire incontro alle aspettative dei clienti, diventando leader anche nelle politiche ambientali. E' questo ciò che i fan della Apple desiderano'.



Secondo Greenpeace le aziende informano sempre di più i consumatori sul non utilizzo di composti chimici più pericolosi nei loro prodotti: Nokia, Sony Ericsson ed in alcuni casi Motorola stanno introducendo un numero crescente di modelli privi di ritardanti di fiamma bromurati e di Pvc.


Fonte: Telefonino.net