Il programma fin' ora confermato:
14 Luglio:
Gates open at 3 pm; Show starts at 4 pm.
Running order:
W:O:A Metal Battle 2006, Methedras, The Famili, MacBeth, Dark Lunacy, Labyrinth, Death SS.
15 Luglio:
Gates open at 10 am; Show starts at 11 am.
Running order:
Arthemis, Nightmare, Eldritch, Korpiklaani, Haggard, Tristania, Destruction, Annihilator, Dark Tranquillity, Within Temptation, Cradle of Filth.
16 Luglio:
Gates open at 10 am; Show starts at 11 am.
Running order:
Kayser, Secret Sphere, Ensiferum, Sadist, Finntroll, The Gathering, Armored Saint, Atheist, Amon Amarth, Moonspell, Death Angel, Saxon.
venerdì, marzo 31, 2006
giovedì, marzo 30, 2006
Non sono le tasse l’unica leva della giustizia sociale
Non sono le tasse l’unica leva della giustizia sociale
di Alessandro Santoro
Il congresso della Cgil l’idea di un patto fiscale per la legislatura alle porte ha ricevuto un consenso praticamente unanime. D’altronde, le richieste di Confindustria al prossimo governo sono basate in buona parte su provvedimenti di natura fiscale (in senso lato, ossia comprendenti anche il costo del lavoro). Nel recente dibattito tra Prodi e Berlusconi le questioni fiscali hanno avuto grande spazio e continuano ad averlo in questi giorni. Già questi scarni elementi suggeriscono di soffermarsi con attenzione sui contenuti, previsti e prevedibili, delle politiche fiscali di un eventuale governo di centrosinistra. Ci sono, secondo me, tre errori che vanno assolutamente evitati.
Il primo, è quello di scambiare i desideri con la realtà quando si parla di lotta all’evasione fiscale. Per quanto circoli un’ottimistica fiducia sugli effetti che potrà avere il semplice recupero di elementari standard minimi, quali la ripresa dei controlli e la fine dei condoni, bisogna capire che l’evasione è endemica in Italia e non sparisce con la bacchetta magica. Ma bisogna anche capire che per fare la “lotta all’evasione” è necessario mettere le mani all’interno dei meccanismi della macchina fiscale. Tra questi spiccano gli studi di settore, che rappresentano lo strumento che orienta, fin quasi a determinarla, l’azione di accertamento nei confronti di qualcosa come 4 milioni tra imprese medio-piccole e lavoratori autonomi, ovvero l’80% dei soggetti “potenzialmente” in grado di evadere (le partite Iva attive in Italia sono circa 5 milioni). Da questo punto di vista appare sconcertante che i partiti e i sindacati della sinistra che enunciano di continuo la priorità della lotta all’evasione non si occupino se non in misura alquanto limitata degli studi di settore né facciano riflessioni e proposte al riguardo di uno strumento di enormi potenzialità ed importanza fino ad oggi gestito in maniera ben poco trasparente (riflessioni e proposte in materia si possono trovare sul sito www. sinistriprogetti. it alla sezione “fisco e finanza pubblica”).
Il secondo errore è quello di pensare che lo sviluppo passi automaticamente attraverso la riduzione delle imposte e del costo del lavoro. L’Irap oggi viene pesantemente criticata da Confindustria, che però sembra dimenticare l’entità dello sgravio di cui hanno goduto le imprese con la riforma del 1998. C’è inoltre un accordo generale (anche sindacale) sulla riduzione del cuneo fiscale attraverso la riduzione dei contributi. Infine, da molte parti si registra un certo consenso sull’ipotesi di ripristino di una serie di agevolazioni fiscali cosiddette mirate: crediti d’imposta per gli investimenti e la ricerca, fiscalità di vantaggio per le zone in ritardo di sviluppo, detassazione degli utili reinvestiti. Sorgono spontanee alcune questioni.
Se, come molti dicono, il problema italiano è quello della vetusta specializzazione produttiva e non quello dei costi elevati, perché la riduzione delle imposte e/o dei contributi dovrebbe essere risolutiva? Perché Francia e Germania, negli ultimi anni, hanno attratto cospicui investimenti dall’estero pur avendo un livello di tassazione delle imprese e di costo del lavoro non certamente molto inferiore a quello italiano? Considerando i costi diretti ed indiretti degli incentivi - in un paese a basso tasso di legalità come l’Italia vanno predisposte ogni volta apposite verifiche dei requisiti di chi ottiene (spesso in modo automatico) le agevolazioni - perché si è così sicuri che questi siano preferibili al finanziamento di progetti pubblici di ricerca di base ed applicata?
Il terzo errore è quasi culturale. Il fisco agisce “a valle” dei processi di creazione e distribuzione della ricchezza. L’impatto del fisco sull’esito conclusivo di questi processi è, quindi, inferiore sia quantitativamente sia qualitativamente rispetto agli elementi sociali (la demografia e le migrazioni), economici (la produttività) e politici (il conflitto tra capitale e lavoro) che agiscono a monte dei processi stessi. Ciò non toglie nulla all’importanza del fisco nell’ambito delle politiche pubbliche quindi sul piano, anche simbolico, del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini. Ma rende anche illusoria l’idea - non esplicitamente sostenuta, ma nei fatti spesso prevalente - che la sinistra possa affidare la giustizia sociale al fisco riducendo in misura corrispondente l’attenzione e la conflittualità su ciò che accade nel mondo della produzione e del lavoro.
30 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
di Alessandro Santoro
Il congresso della Cgil l’idea di un patto fiscale per la legislatura alle porte ha ricevuto un consenso praticamente unanime. D’altronde, le richieste di Confindustria al prossimo governo sono basate in buona parte su provvedimenti di natura fiscale (in senso lato, ossia comprendenti anche il costo del lavoro). Nel recente dibattito tra Prodi e Berlusconi le questioni fiscali hanno avuto grande spazio e continuano ad averlo in questi giorni. Già questi scarni elementi suggeriscono di soffermarsi con attenzione sui contenuti, previsti e prevedibili, delle politiche fiscali di un eventuale governo di centrosinistra. Ci sono, secondo me, tre errori che vanno assolutamente evitati.
Il primo, è quello di scambiare i desideri con la realtà quando si parla di lotta all’evasione fiscale. Per quanto circoli un’ottimistica fiducia sugli effetti che potrà avere il semplice recupero di elementari standard minimi, quali la ripresa dei controlli e la fine dei condoni, bisogna capire che l’evasione è endemica in Italia e non sparisce con la bacchetta magica. Ma bisogna anche capire che per fare la “lotta all’evasione” è necessario mettere le mani all’interno dei meccanismi della macchina fiscale. Tra questi spiccano gli studi di settore, che rappresentano lo strumento che orienta, fin quasi a determinarla, l’azione di accertamento nei confronti di qualcosa come 4 milioni tra imprese medio-piccole e lavoratori autonomi, ovvero l’80% dei soggetti “potenzialmente” in grado di evadere (le partite Iva attive in Italia sono circa 5 milioni). Da questo punto di vista appare sconcertante che i partiti e i sindacati della sinistra che enunciano di continuo la priorità della lotta all’evasione non si occupino se non in misura alquanto limitata degli studi di settore né facciano riflessioni e proposte al riguardo di uno strumento di enormi potenzialità ed importanza fino ad oggi gestito in maniera ben poco trasparente (riflessioni e proposte in materia si possono trovare sul sito www. sinistriprogetti. it alla sezione “fisco e finanza pubblica”).
Il secondo errore è quello di pensare che lo sviluppo passi automaticamente attraverso la riduzione delle imposte e del costo del lavoro. L’Irap oggi viene pesantemente criticata da Confindustria, che però sembra dimenticare l’entità dello sgravio di cui hanno goduto le imprese con la riforma del 1998. C’è inoltre un accordo generale (anche sindacale) sulla riduzione del cuneo fiscale attraverso la riduzione dei contributi. Infine, da molte parti si registra un certo consenso sull’ipotesi di ripristino di una serie di agevolazioni fiscali cosiddette mirate: crediti d’imposta per gli investimenti e la ricerca, fiscalità di vantaggio per le zone in ritardo di sviluppo, detassazione degli utili reinvestiti. Sorgono spontanee alcune questioni.
Se, come molti dicono, il problema italiano è quello della vetusta specializzazione produttiva e non quello dei costi elevati, perché la riduzione delle imposte e/o dei contributi dovrebbe essere risolutiva? Perché Francia e Germania, negli ultimi anni, hanno attratto cospicui investimenti dall’estero pur avendo un livello di tassazione delle imprese e di costo del lavoro non certamente molto inferiore a quello italiano? Considerando i costi diretti ed indiretti degli incentivi - in un paese a basso tasso di legalità come l’Italia vanno predisposte ogni volta apposite verifiche dei requisiti di chi ottiene (spesso in modo automatico) le agevolazioni - perché si è così sicuri che questi siano preferibili al finanziamento di progetti pubblici di ricerca di base ed applicata?
Il terzo errore è quasi culturale. Il fisco agisce “a valle” dei processi di creazione e distribuzione della ricchezza. L’impatto del fisco sull’esito conclusivo di questi processi è, quindi, inferiore sia quantitativamente sia qualitativamente rispetto agli elementi sociali (la demografia e le migrazioni), economici (la produttività) e politici (il conflitto tra capitale e lavoro) che agiscono a monte dei processi stessi. Ciò non toglie nulla all’importanza del fisco nell’ambito delle politiche pubbliche quindi sul piano, anche simbolico, del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini. Ma rende anche illusoria l’idea - non esplicitamente sostenuta, ma nei fatti spesso prevalente - che la sinistra possa affidare la giustizia sociale al fisco riducendo in misura corrispondente l’attenzione e la conflittualità su ciò che accade nel mondo della produzione e del lavoro.
30 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
mercoledì, marzo 29, 2006
Flessibilità del lavoro, lo scontro sociale in occidente è il futuro?
Francia in rivolta, tre milioni in corteo. Villepin isolato sceglie lo scontro
di Francesco Giorgini
E’ pienamente riuscita ogni oltre aspettativa la giornata di mobilitazione nazionale contro il Contratto di prima assunzione (Cpe). Milioni di persone hanno sfilato pacificamente in decine di città francesi per mandare un segnale chiaro al governo: ritirare la legge o la rivolta continuerà. Ai margini dei cortei ci sono stati alcuni disordini, i più gravi a Parigi dove la polizia ha fermato almeno 150 persone.
Ma le violenze non hanno oscurato l’ampiezza della mobilitazione sindacale e studentesca, ritenuta cruciale per il futuro del movimento di contestazione del “contrat de première embauche”, che due francesi su tre rifiutano. Il principale sindacato, la Cgt, ha parlato di una partecipazione raddoppiata rispetto ai cortei del 18 marzo scorso. «E’ un maremoto» esulta il leader degli studenti Bruno Julliard. «E’ impensabile che il primo ministro resti fermo sulla sua posizione», gli fa eco il capo della Cgt, Bernard Thibault. Le manifestazioni sono state sostenute dagli scioperi che hanno paralizzato in particolare le scuole, le stazioni ferroviarie, causato l’annullamento di decine di voli e disturbato i trasporti pubblici in oltre 70 città. Si va delineando intanto lo scontro politico fra il premier de Villepin e il ministro degli interni Sarkozy. Quest’ultimo ha chiesto di sospendere «l’applicazione» del Cpe, ma Villepin ha ribadito che non intende «in alcun modo» ritirare il provvedimento.
29 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
di Francesco Giorgini
E’ pienamente riuscita ogni oltre aspettativa la giornata di mobilitazione nazionale contro il Contratto di prima assunzione (Cpe). Milioni di persone hanno sfilato pacificamente in decine di città francesi per mandare un segnale chiaro al governo: ritirare la legge o la rivolta continuerà. Ai margini dei cortei ci sono stati alcuni disordini, i più gravi a Parigi dove la polizia ha fermato almeno 150 persone.
Ma le violenze non hanno oscurato l’ampiezza della mobilitazione sindacale e studentesca, ritenuta cruciale per il futuro del movimento di contestazione del “contrat de première embauche”, che due francesi su tre rifiutano. Il principale sindacato, la Cgt, ha parlato di una partecipazione raddoppiata rispetto ai cortei del 18 marzo scorso. «E’ un maremoto» esulta il leader degli studenti Bruno Julliard. «E’ impensabile che il primo ministro resti fermo sulla sua posizione», gli fa eco il capo della Cgt, Bernard Thibault. Le manifestazioni sono state sostenute dagli scioperi che hanno paralizzato in particolare le scuole, le stazioni ferroviarie, causato l’annullamento di decine di voli e disturbato i trasporti pubblici in oltre 70 città. Si va delineando intanto lo scontro politico fra il premier de Villepin e il ministro degli interni Sarkozy. Quest’ultimo ha chiesto di sospendere «l’applicazione» del Cpe, ma Villepin ha ribadito che non intende «in alcun modo» ritirare il provvedimento.
29 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
Confronto Bertinotti Berlusconi, il definitivo crollo del Presidente
Berlusconi: «L’Italia va a meraviglia» Bertinotti: «Lei ha visto un film»
Il confronto televisivo non c’è stato. No, non perché Silvio Berlusconi abbia disertato la puntata di Ballarò dove, spalleggiato dal neodemocristiano Rotondi avrebbe dovuto affrontare Fausto Bertinotti ed Emma Bonino. E’ vero che ad un certo punto s’è temuto anche questo, visto che il premier - come gli è già capitato - s’è presentato con un po’ di ritardo. Comunque, s’è presentato. No, il confronto non c’è stato perché i due principali protagonisti - inutile girarci attorno: Berlusconi e Bertinotti - hanno parlato, ragionato di due paesi diversi. Uno, il premier - nonostante i consigli che fino all’ultimo gli ha dato Fini e lo stesso Bossi, Casini no, ormai con lui ha rotto; nonostante gli inviti ripetuti in trasmissione dallo stesso Rotondi: «Calmatevi, mica poteva usare la bacchetta magica...» -, nonostante tutto questo ha spiegato che «mai come in questri ultimi cinque anni è cresciuta la spesa sociale». Ha spiegato che mai il livello di occupazione è stato così alto, mai i conti sono stati così a posto. Di là, Bertinotti ha raccontato un altro paese. Quello che lui ha incontrato in questa campagna elettorale, ha incontrato appena poche ore, pochi minuti prima di entrare nello studio televisivo del terzo canale. I quattro operai della Montedison nuorese, fabbrica chiusa, che si sono visti sospendere anche i piccoli sostegni al reddito. Ha raccontato della madre siciliana, con due figli laureati. Uno con un contratto di due mesi ad un call center, l’altro costretto ad andarsene all’estero. E racconta del deserto che ha visto là in Calabria, dove sarebbe dovuta nascere un’area industriale. «E allora - dirà il segretario del Prc - anche il disastro dei bilanci...», «disastro che non esiste», lo interrompe Berlusconi. «Vede, il disastro dei conti pubblici - riprende Bertinotti - non può essere valutato di per sè. Dipende dal contesto in cui è inserito. Per capire: un conto sarebbe se si fosse investito, se si fosse speso. Se le persone stessero meglio. Sarebbe più facile, sarebbe già indicata una via d’uscita. Ma così non è».
E allora, la domanda nasce spontanea. La formula per primo Bertinotti: «Signor presidente, ma in che paese vive?». La domanda la ripeterà anche Emma Bonino. Con l’aggiunta di un’altra battuta di Bertinotti: «E’ proprio vero che Dio acceca chi vuol far perdere».
Ma lui, il presidente, non ha modificato di una virgola l’atteggiamento che doveva aver studiato a tavolino. E così ha ripetuto l’elenco di conquiste per i giovani, per i giovani meridionali (dove uno su quattro è senza lavoro), sulla scuola, sull’università. Parole talmente imbarazzanti al punto che anche la sua claque, all’inizio ugualmente divisa, non se l’è più sentita di battere le mani. E così ha davvero avuto facile gioco Bertinotti a spiegare che se le cose fossero andate come racconta Berlusconi non ci sarebbero stati i più grandi movimenti sociali di questi anni. I più grandi scioperi.
Insomma, il fallimento è davanti agli occhi di tutti. Fallimento non di un solo governo ma di una filosofia. Quella di chi ha pensato di comprimere il costo del lavoro, sostenendo che così sarebbe ripartito il motore dell’economia. La verità è che questo governo, la sua linea iperliberista, attraverso la leva delle tasse ha compiuto un’enorme di redistribuzione. Togliendo dal basso per dare ai nuovi ricchi, agli speculatori. Come racconta la storia dell’estate scorsa, con i «furbetti del quartiere». E «allora tassare i vari Ricucci, Fiorani non mi sembrerebbe scandaloso», dirà addirittura Emma Bonino.
Addirittura. Sì, perché questo strano confronto tv ha rivelato anche un’altra cosa. Che Emma Bonino, che spesso s’è attribuita il ruolo di unica difensore della laicità della coalizione, ha attaccato Berlusconi da una strana angolazione. Gli ha rimproverato di aver fatto poche liberalizzazioni. Quelle di cui, però, non c’è traccia nel programma dell’Unione. Ma questa è un’altra storia.
di Stefano Bocconetti (mercoledì 29 marzo)
Da: www.liberazione.it
Il confronto televisivo non c’è stato. No, non perché Silvio Berlusconi abbia disertato la puntata di Ballarò dove, spalleggiato dal neodemocristiano Rotondi avrebbe dovuto affrontare Fausto Bertinotti ed Emma Bonino. E’ vero che ad un certo punto s’è temuto anche questo, visto che il premier - come gli è già capitato - s’è presentato con un po’ di ritardo. Comunque, s’è presentato. No, il confronto non c’è stato perché i due principali protagonisti - inutile girarci attorno: Berlusconi e Bertinotti - hanno parlato, ragionato di due paesi diversi. Uno, il premier - nonostante i consigli che fino all’ultimo gli ha dato Fini e lo stesso Bossi, Casini no, ormai con lui ha rotto; nonostante gli inviti ripetuti in trasmissione dallo stesso Rotondi: «Calmatevi, mica poteva usare la bacchetta magica...» -, nonostante tutto questo ha spiegato che «mai come in questri ultimi cinque anni è cresciuta la spesa sociale». Ha spiegato che mai il livello di occupazione è stato così alto, mai i conti sono stati così a posto. Di là, Bertinotti ha raccontato un altro paese. Quello che lui ha incontrato in questa campagna elettorale, ha incontrato appena poche ore, pochi minuti prima di entrare nello studio televisivo del terzo canale. I quattro operai della Montedison nuorese, fabbrica chiusa, che si sono visti sospendere anche i piccoli sostegni al reddito. Ha raccontato della madre siciliana, con due figli laureati. Uno con un contratto di due mesi ad un call center, l’altro costretto ad andarsene all’estero. E racconta del deserto che ha visto là in Calabria, dove sarebbe dovuta nascere un’area industriale. «E allora - dirà il segretario del Prc - anche il disastro dei bilanci...», «disastro che non esiste», lo interrompe Berlusconi. «Vede, il disastro dei conti pubblici - riprende Bertinotti - non può essere valutato di per sè. Dipende dal contesto in cui è inserito. Per capire: un conto sarebbe se si fosse investito, se si fosse speso. Se le persone stessero meglio. Sarebbe più facile, sarebbe già indicata una via d’uscita. Ma così non è».
E allora, la domanda nasce spontanea. La formula per primo Bertinotti: «Signor presidente, ma in che paese vive?». La domanda la ripeterà anche Emma Bonino. Con l’aggiunta di un’altra battuta di Bertinotti: «E’ proprio vero che Dio acceca chi vuol far perdere».
Ma lui, il presidente, non ha modificato di una virgola l’atteggiamento che doveva aver studiato a tavolino. E così ha ripetuto l’elenco di conquiste per i giovani, per i giovani meridionali (dove uno su quattro è senza lavoro), sulla scuola, sull’università. Parole talmente imbarazzanti al punto che anche la sua claque, all’inizio ugualmente divisa, non se l’è più sentita di battere le mani. E così ha davvero avuto facile gioco Bertinotti a spiegare che se le cose fossero andate come racconta Berlusconi non ci sarebbero stati i più grandi movimenti sociali di questi anni. I più grandi scioperi.
Insomma, il fallimento è davanti agli occhi di tutti. Fallimento non di un solo governo ma di una filosofia. Quella di chi ha pensato di comprimere il costo del lavoro, sostenendo che così sarebbe ripartito il motore dell’economia. La verità è che questo governo, la sua linea iperliberista, attraverso la leva delle tasse ha compiuto un’enorme di redistribuzione. Togliendo dal basso per dare ai nuovi ricchi, agli speculatori. Come racconta la storia dell’estate scorsa, con i «furbetti del quartiere». E «allora tassare i vari Ricucci, Fiorani non mi sembrerebbe scandaloso», dirà addirittura Emma Bonino.
Addirittura. Sì, perché questo strano confronto tv ha rivelato anche un’altra cosa. Che Emma Bonino, che spesso s’è attribuita il ruolo di unica difensore della laicità della coalizione, ha attaccato Berlusconi da una strana angolazione. Gli ha rimproverato di aver fatto poche liberalizzazioni. Quelle di cui, però, non c’è traccia nel programma dell’Unione. Ma questa è un’altra storia.
di Stefano Bocconetti (mercoledì 29 marzo)
Da: www.liberazione.it
domenica, marzo 26, 2006
Andreotti: anch’io sarei terrorista se fossi nato lì...
Andreotti: anch’io sarei terrorista se fossi nato lì...E se l’avesse detto Caruso?
di Piero Sansonetti
«Forse io stesso sarei un terrorista in quelle condizioni». In quali condizioni? Nelle condizioni di un ragazzo nato in Palestina e costretto a vivere nell’occupazione israeliana, o peggio ancora, nato in esilio, in Libano, tra i profughi. Ora, pensate per un momento che questa frase l’abbia detta, ad esempio, Francesco Caruso, il leader del movimento a Napoli, candidato per Rifondazione al Parlamento e da due mesi oggetto fisso degli strali della destra e - talvolta - di settori del centrosinistra. Cosa sarebbe successo in Italia se Francesco Caruso avesse detto una cosa del genere? Il finimondo. I giornali di stamattina avrebbero aperto tutti con questo titolo: “Rifondazione difende i terroristi”. Non è così? Avete qualche dubbio?
Invece, per fortuna di tutti, quella frase non l’ha detta Francesco Caruso (e stia
ben attento a non dirla...) ma un vecchio signore ultraottantenne, con alle spalle una sessantina d’anni di carriera politica (peraltro discutibilissima...) al massimo
livello, con un pedigree di conservatore inattaccabile, con le medagliette derivate dall’essere stato sei o sette volte presidente del Consiglio e decine di volte ministro, eccetera. Il simbolo dei simboli dell’Italia democristiana e conformista: Giulio Andreotti. E quindi nessuno si scandalizzerà per quella semi-giustificazione dei kamikaze.
Qual è l’insegnamento da trarre? Non certo che in qualche modo si possano trovare legittimazioni al terrorismo palestinese. Il terrorismo è illegittimo Qualunque cose dica Andreotti. L’insegnamento è un altro. E’ duplice. Primo: nella polemica politica conta poco cosa si dice ma conta chi lo dice. Una certa frase, se è pronunciata da un amico, o comunque da una persona considerata affidabile, ha un valore completamente diverso della stessa frase pronunciata da un nemico o da un “sospetto”. L’amor di polemica e la strumentalizzazione hanno sempre la meglio sui problemi concreti, veri, sulle discussioni serie.
Il secondo insegnamento è che ci sono alcune questioni, drammaticissime, della politica internazionale, che nessuno ha intenzione di affrontare - fuori dai luoghi comuni e dalle belle frasi fatte - perché troppo complesse e troppo poco “portatrici di consenso”. La questione mediorientale è una di esse. Ha chiesto, scettico, Andreotti: l’Europa si deciderà ad affrontare il problema dei palestinesi dispersi e disperati in Libano, o continuerà a fregarse altamente? Vedete, a questa domanda non si può rispondere facendo propaganda (polista o unionista è lo stesso) e quindi non si risponde. Giorni fa Rossana Rossanda (una delle maggiori intellettuali italiane, e una persona, dunque, alla quale si deve un certo rispetto) ha scritto un editoriale sul manifesto per chiedere a Prodi di prendere posizione sul conflitto israelo-palestinese (dopo il gravissimo attacco israeliano a Gerico). Prodi non le ha risposto. Ieri Rossanda è tornata sull’argomento, con un secondo editoriale intitolato “Mancata risposta”. Ci permettiuamo di fare il tifo per lei, e di chiede sommessamente anche noi a Prodi di dire qualcosa sul Medioriente
24 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
Capisco, ma non condivido, che in questo momento di campagna elettorale si possano sfruttare le parole degli avversari politici x i propri scopi, infatti, a me non interessa dire che Andreotti ha detto questo piuttosto che Caruso...
Analizziamo il senso di queste parole, che si ritrova in altre 1000 dichiarazioni a prescindere dal ruolo e dalla posizione di chi le esprime.
Facendo questo dobbiamo x forza comprendere quello che è stato vissuto dalle persone che ora compiono atti estremi per sostenere le loro idee.
Se vogliamo portare a termine questo percorso indubbiamente dobbiamo fare i conti con le cause...
Noi possiamo fare qualcosa x modificare la loro condizione di vita, noi siamo responsabili, se pur indirettamente, di quello che accade in molti paesi dove la guerra è la quotidianità...?
di Piero Sansonetti
«Forse io stesso sarei un terrorista in quelle condizioni». In quali condizioni? Nelle condizioni di un ragazzo nato in Palestina e costretto a vivere nell’occupazione israeliana, o peggio ancora, nato in esilio, in Libano, tra i profughi. Ora, pensate per un momento che questa frase l’abbia detta, ad esempio, Francesco Caruso, il leader del movimento a Napoli, candidato per Rifondazione al Parlamento e da due mesi oggetto fisso degli strali della destra e - talvolta - di settori del centrosinistra. Cosa sarebbe successo in Italia se Francesco Caruso avesse detto una cosa del genere? Il finimondo. I giornali di stamattina avrebbero aperto tutti con questo titolo: “Rifondazione difende i terroristi”. Non è così? Avete qualche dubbio?
Invece, per fortuna di tutti, quella frase non l’ha detta Francesco Caruso (e stia
ben attento a non dirla...) ma un vecchio signore ultraottantenne, con alle spalle una sessantina d’anni di carriera politica (peraltro discutibilissima...) al massimo
livello, con un pedigree di conservatore inattaccabile, con le medagliette derivate dall’essere stato sei o sette volte presidente del Consiglio e decine di volte ministro, eccetera. Il simbolo dei simboli dell’Italia democristiana e conformista: Giulio Andreotti. E quindi nessuno si scandalizzerà per quella semi-giustificazione dei kamikaze.
Qual è l’insegnamento da trarre? Non certo che in qualche modo si possano trovare legittimazioni al terrorismo palestinese. Il terrorismo è illegittimo Qualunque cose dica Andreotti. L’insegnamento è un altro. E’ duplice. Primo: nella polemica politica conta poco cosa si dice ma conta chi lo dice. Una certa frase, se è pronunciata da un amico, o comunque da una persona considerata affidabile, ha un valore completamente diverso della stessa frase pronunciata da un nemico o da un “sospetto”. L’amor di polemica e la strumentalizzazione hanno sempre la meglio sui problemi concreti, veri, sulle discussioni serie.
Il secondo insegnamento è che ci sono alcune questioni, drammaticissime, della politica internazionale, che nessuno ha intenzione di affrontare - fuori dai luoghi comuni e dalle belle frasi fatte - perché troppo complesse e troppo poco “portatrici di consenso”. La questione mediorientale è una di esse. Ha chiesto, scettico, Andreotti: l’Europa si deciderà ad affrontare il problema dei palestinesi dispersi e disperati in Libano, o continuerà a fregarse altamente? Vedete, a questa domanda non si può rispondere facendo propaganda (polista o unionista è lo stesso) e quindi non si risponde. Giorni fa Rossana Rossanda (una delle maggiori intellettuali italiane, e una persona, dunque, alla quale si deve un certo rispetto) ha scritto un editoriale sul manifesto per chiedere a Prodi di prendere posizione sul conflitto israelo-palestinese (dopo il gravissimo attacco israeliano a Gerico). Prodi non le ha risposto. Ieri Rossanda è tornata sull’argomento, con un secondo editoriale intitolato “Mancata risposta”. Ci permettiuamo di fare il tifo per lei, e di chiede sommessamente anche noi a Prodi di dire qualcosa sul Medioriente
24 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
Capisco, ma non condivido, che in questo momento di campagna elettorale si possano sfruttare le parole degli avversari politici x i propri scopi, infatti, a me non interessa dire che Andreotti ha detto questo piuttosto che Caruso...
Analizziamo il senso di queste parole, che si ritrova in altre 1000 dichiarazioni a prescindere dal ruolo e dalla posizione di chi le esprime.
Facendo questo dobbiamo x forza comprendere quello che è stato vissuto dalle persone che ora compiono atti estremi per sostenere le loro idee.
Se vogliamo portare a termine questo percorso indubbiamente dobbiamo fare i conti con le cause...
Noi possiamo fare qualcosa x modificare la loro condizione di vita, noi siamo responsabili, se pur indirettamente, di quello che accade in molti paesi dove la guerra è la quotidianità...?
giovedì, marzo 23, 2006
V For Vendetta, recensione del film

V for Vendetta è un fumetto degli anni '80 scritto da Alan Moore, non mi spingo a riassumervi la trama, anche perchè ritengo che un' opera cosi complessa, geniale e ricca di significato meriterebbe almeno un intero blog di commento. ^^
Inoltre, vi rovinerei la sorpresa e l' impatto emotivo che questo fumetto può avere su di voi.
In generale posso accennarvi che in quest' opera sono presenti ideali profondi e necessari come la libertà, l' uguaglianza, il rispetto e, come spesso accade, tutto quello che una persona può e deve fare per difenderli. (Temi sempre molto attuali, ma oggi con una connotazione speciale)
Il tutto inserito in un contesto surreale/metaforico e in una storia tra le migliori mai scritte per contenuti e originalità.
Commenterò, invece, brevemente il risultato del lavoro di JAMES McTEIGUE e dei ben noti WACHOWSKI BROTHERS (Matrix); Quindi V Per Vendetta, Il Film.
A livello di regia e di sceneggiatura, ovviamente, l' opera cinematografica non delude; come potrebbe...
Direi che l' atmosfera è stata mantenuta, tutto sommato, correttamente, gli attori sono azzeccati e gli effetti speciali sono il meglio che Hollywood può offrire al momento, è un vero e proprio colossal.
Com' era facile prevedere, xò, nella trasposizione cinematografica sono avvenuti dei cambiamenti nella storia, specialmente per quanto riguarda il taglio di scene o, addirittura, storie parallele.
Per gli appassionati può essere stato doloroso rinunciare a parti decisamente importanti specialmente sull' organizzazione strutturale del "regime", ma dall' altra parte ho notato aggiunte molto buone, interessante la ricostruzione dell'ascesa al potere del partito, quindi del Leader, e della dittatura nel regno unito.
Il senso dell' opera originale per quanto mi riguarda mi sembra rimasto intatto, ma consiglio cmq a tutti quelli che hanno visto il film di dare una lettura al fumetto.
Il mio giudizio finale è decisamente positivo, posso sicuramente dire che questo film è entrato nella mia Top 5. ^^
Libertà! Sempre!
Anche in Francia si combatte contro la precarietà nel lavoro
Villepin non tratta. Sindacalista ridotto in fin di vita dalla polizia
Difficile stabilire l’ordine delle priorità, in questo aspro inizio della sesta settimana di contestazione di un movimento che riempie le piazze, annuncia nuovi giorni di lotta e comincia, purtroppo, a contare le ferite. C’è un militante sindacale in coma e in pericolo di vita dopo essere stato travolto da una carica di polizia sabato, durante gli scontri a Parigi a fine manifestazione. Dall’altra parte c’è un governo che cerca freneticamente una via d’uscita che non lo obblighi a passare dal “ritiro” puro e semplice del Cpe chiesto dal movimento. Un ritiro ritenuto politicamente indigeribile da un elettorato di destra, che pure si radicalizza.
Secondo 7 francesi su 10 siamo di fronte ad una crisi sociale profonda (sondaggio sul quotidiano Liberation, ndr). Una crisi cominciata nel 2002 con la sinistra e Jospin fuori dal ballottaggio presidenziale; con l’elezione di Chirac contro il fascista Le Pen grazie anche a 9 milioni di voti della gauche; e i suoi governi che in barba a quei voti hanno applicato un programma di tagli alle pensioni e alla previdenza e di smantellamento del diritto del lavoro. Una crisi scandita nelle urne, prima con la vittoria senza appello della gauche alle elezioni regionali (21 regioni su 22), poi con il no clamoroso e massiccio al trattato europeo troppo liberista; e poi nelle strade, con i giovani proletari delle periferie che nel novembre scorso bruciavano le macchine contro la violenza poliziesca e una Repubblica che li segregava.
La contestazione di questa settimana viene in quest’ordine, o piuttosto in questo disordine: non c’è dunque da stupirsi che si indurisca, come si sta indurendo la repressione che era stata fino a qui “misurata”. Quella che rischia di essere la prima vittima di questo inasprimento, anche poliziesco, si chiama Cyril: ha 39 anni, è un militante del sindacato Sud della federazione delle poste ed è in coma da 48 ore, ricoverato all’ospedale di Creteil in condizioni gravissime e con prognosi riservata. Sarebbe stato travolto da una carica di polizia durante gli incidenti che hanno segnato il dopo corteo a Parigi, sabato sera sulla Place de la Nation punto di arrivo della grande manifestazione unitaria contro il Cpe che aveva riunito nella capitale più di 300mila manifestanti.
Secondo le prime testimonianze non stava lanciando pietre, non aveva in mano bastoni, ma si sarebbe interposto ad una carica semplicemente sedendosi per terra. E sarebbe dunque stato calpestato da un drappello di gendarmi mobili in tenuta antisommossa. Nella frenesia degli scontri la polizia avrebbe trascurato, per oltre dieci minuti, di avvertire i soccorsi. E anche dopo l’appello, l’intervento dei pompieri sarebbe stato ritardato dalle “priorità di ordine pubblico”. La procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare, condotta dall’ispettorato generale della polizia; mentre il movimento sindacale e studentesco chiede unanimamente che si faccia completa luce sull’evento.
L’altra informazione importante della giornata arriva dal coordinamento intersindacale, che riunisce sindacati dei lavoratori e organizzazioni studentesche: si è riunita ieri sera e ha annunciato una nuova giornata di mobilitazione nazionale e unitaria per martedì 28 marzo. Ci saranno cortei in tutta la Francia, ma soprattutto ci saranno per la prima volta in questo conflitto scioperi di categoria, a macchia di leopardo nel settore privato e verosimilmente più massicci in quello pubblico. Non è ancora lo sciopero generale preconizzato dai sindacati più rivendicativi - la Cgt, Force Auvriere e la Fsu - e richiesto dalle organizzazioni studentesche, ma è comunque un salto di qualità significativo per la contestazione. E’ un compromesso ragionevole che permette di mantenere un fronte sindacale unito, pur tenendo conto dei tentennamenti di chi come la Cfdt non vuole prendere il rischio di trovarsi di fronte ad uno sciopero generale concentrato solo nella funzione pubblica. Non solo, spiegano i delegati sindacali: l’ipotesi dello sciopero generale non è per niente abbandonata, anzi resta come ultimo ricorso possibile se il governo dovesse mostrarsi ancora sordo alla piazza.
Il primo ministro De Villepin dal canto suo continua a ripetere di essere disposto al dialogo, ma di non voler sentire parlare dell’unica condizione che permetterebbe appunto l’apertura del negoziato in vista di un compromesso e cioè il ritiro puro e semplice del Cpe. Ieri mattina ha riunito a Matignon una ventina di grandi e medi imprenditori francesi per “dialogare” e discutere di possibili “miglioramenti” del Cpe. Il periodo di prova previsto inizialmente biennale per tutti i neo assunti sotto i 26 anni potrebbe essere ridotto ad un anno. E il datore di lavoro potrebbe vedersi obbligato a giustificare almeno formalmente un eventuale licenziamento. Nel pomeriggio poi De Villepin ha selezionato una ventina di giovani ricevuti anche loro a Matignon sempre per “dialogare”. Tra le due riunioni il premier aveva incassato il sostegno reiterato del presidente Chirac, che a margine di un incontro con il re di Giordania ha «ripetuto il primo ministro va nella giusta direzione, il Cpe è uno strumento contro la disoccupazione giovanile, ma ora tutti devono tornare al dialogo in uno spirito di responsabilità».
Insomma per adesso si resta al braccio di ferro con gli studenti che già oggi torneranno in piazza, mentre il movimento si allarga nei licei. E che ci ritorneranno giovedì per un corteo nazionale a Parigi. I sondaggi, ma soprattutto le manifestazioni imponenti di sabato scorso hanno mostrato la forza della contestazione. In piazza c’era davvero un pezzo eterogeneo e rappresentativo della società francese. C’erano come suol dirsi le classi lavoratrici, i salariati di tutte le generazioni, dai nonni ai nipoti - a volte anche in passeggino.
di Francesco Giorgini (martedì 21 marzo)
Da: www.liberazione.it
Difficile stabilire l’ordine delle priorità, in questo aspro inizio della sesta settimana di contestazione di un movimento che riempie le piazze, annuncia nuovi giorni di lotta e comincia, purtroppo, a contare le ferite. C’è un militante sindacale in coma e in pericolo di vita dopo essere stato travolto da una carica di polizia sabato, durante gli scontri a Parigi a fine manifestazione. Dall’altra parte c’è un governo che cerca freneticamente una via d’uscita che non lo obblighi a passare dal “ritiro” puro e semplice del Cpe chiesto dal movimento. Un ritiro ritenuto politicamente indigeribile da un elettorato di destra, che pure si radicalizza.
Secondo 7 francesi su 10 siamo di fronte ad una crisi sociale profonda (sondaggio sul quotidiano Liberation, ndr). Una crisi cominciata nel 2002 con la sinistra e Jospin fuori dal ballottaggio presidenziale; con l’elezione di Chirac contro il fascista Le Pen grazie anche a 9 milioni di voti della gauche; e i suoi governi che in barba a quei voti hanno applicato un programma di tagli alle pensioni e alla previdenza e di smantellamento del diritto del lavoro. Una crisi scandita nelle urne, prima con la vittoria senza appello della gauche alle elezioni regionali (21 regioni su 22), poi con il no clamoroso e massiccio al trattato europeo troppo liberista; e poi nelle strade, con i giovani proletari delle periferie che nel novembre scorso bruciavano le macchine contro la violenza poliziesca e una Repubblica che li segregava.
La contestazione di questa settimana viene in quest’ordine, o piuttosto in questo disordine: non c’è dunque da stupirsi che si indurisca, come si sta indurendo la repressione che era stata fino a qui “misurata”. Quella che rischia di essere la prima vittima di questo inasprimento, anche poliziesco, si chiama Cyril: ha 39 anni, è un militante del sindacato Sud della federazione delle poste ed è in coma da 48 ore, ricoverato all’ospedale di Creteil in condizioni gravissime e con prognosi riservata. Sarebbe stato travolto da una carica di polizia durante gli incidenti che hanno segnato il dopo corteo a Parigi, sabato sera sulla Place de la Nation punto di arrivo della grande manifestazione unitaria contro il Cpe che aveva riunito nella capitale più di 300mila manifestanti.
Secondo le prime testimonianze non stava lanciando pietre, non aveva in mano bastoni, ma si sarebbe interposto ad una carica semplicemente sedendosi per terra. E sarebbe dunque stato calpestato da un drappello di gendarmi mobili in tenuta antisommossa. Nella frenesia degli scontri la polizia avrebbe trascurato, per oltre dieci minuti, di avvertire i soccorsi. E anche dopo l’appello, l’intervento dei pompieri sarebbe stato ritardato dalle “priorità di ordine pubblico”. La procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare, condotta dall’ispettorato generale della polizia; mentre il movimento sindacale e studentesco chiede unanimamente che si faccia completa luce sull’evento.
L’altra informazione importante della giornata arriva dal coordinamento intersindacale, che riunisce sindacati dei lavoratori e organizzazioni studentesche: si è riunita ieri sera e ha annunciato una nuova giornata di mobilitazione nazionale e unitaria per martedì 28 marzo. Ci saranno cortei in tutta la Francia, ma soprattutto ci saranno per la prima volta in questo conflitto scioperi di categoria, a macchia di leopardo nel settore privato e verosimilmente più massicci in quello pubblico. Non è ancora lo sciopero generale preconizzato dai sindacati più rivendicativi - la Cgt, Force Auvriere e la Fsu - e richiesto dalle organizzazioni studentesche, ma è comunque un salto di qualità significativo per la contestazione. E’ un compromesso ragionevole che permette di mantenere un fronte sindacale unito, pur tenendo conto dei tentennamenti di chi come la Cfdt non vuole prendere il rischio di trovarsi di fronte ad uno sciopero generale concentrato solo nella funzione pubblica. Non solo, spiegano i delegati sindacali: l’ipotesi dello sciopero generale non è per niente abbandonata, anzi resta come ultimo ricorso possibile se il governo dovesse mostrarsi ancora sordo alla piazza.
Il primo ministro De Villepin dal canto suo continua a ripetere di essere disposto al dialogo, ma di non voler sentire parlare dell’unica condizione che permetterebbe appunto l’apertura del negoziato in vista di un compromesso e cioè il ritiro puro e semplice del Cpe. Ieri mattina ha riunito a Matignon una ventina di grandi e medi imprenditori francesi per “dialogare” e discutere di possibili “miglioramenti” del Cpe. Il periodo di prova previsto inizialmente biennale per tutti i neo assunti sotto i 26 anni potrebbe essere ridotto ad un anno. E il datore di lavoro potrebbe vedersi obbligato a giustificare almeno formalmente un eventuale licenziamento. Nel pomeriggio poi De Villepin ha selezionato una ventina di giovani ricevuti anche loro a Matignon sempre per “dialogare”. Tra le due riunioni il premier aveva incassato il sostegno reiterato del presidente Chirac, che a margine di un incontro con il re di Giordania ha «ripetuto il primo ministro va nella giusta direzione, il Cpe è uno strumento contro la disoccupazione giovanile, ma ora tutti devono tornare al dialogo in uno spirito di responsabilità».
Insomma per adesso si resta al braccio di ferro con gli studenti che già oggi torneranno in piazza, mentre il movimento si allarga nei licei. E che ci ritorneranno giovedì per un corteo nazionale a Parigi. I sondaggi, ma soprattutto le manifestazioni imponenti di sabato scorso hanno mostrato la forza della contestazione. In piazza c’era davvero un pezzo eterogeneo e rappresentativo della società francese. C’erano come suol dirsi le classi lavoratrici, i salariati di tutte le generazioni, dai nonni ai nipoti - a volte anche in passeggino.
di Francesco Giorgini (martedì 21 marzo)
Da: www.liberazione.it
sabato, marzo 18, 2006
Lega messa fuori dal parlamento europeo
Bossi diventa extra- comunitario
di Piero Sansonetti
Proprio così: Bossi e i suoi, in qualche modo, sono stati messi fuori dall’Europa e - politicamente - diventano extracomunitari. Ce la dovete consentire questa battutaccia, perché fotografa abbastanza da vicino la realtà. I partiti della destra ultraconservatrice ed euroscettica al Parlamento europeo, che pure sono partiti decisamente reazionari, hanno deciso che la xenofobia e le pulsioni razziste della Lega sono eccessive e non sono compatibili con la dignità politica internazionale. E così, sebbene la decisione gli costi un forte indebolimento del gruppo - anche perché sono stati scacciati, insieme ai leghisti, anche gli ultradestri polacchi, che hanno posizioni simili a quelle della Lega - hanno stabilito di distinguere le proprie responsabilità e la propria immagine da quella dei nostri “ultrapadani”.
Naturalmente questa decisione europea pesa sul profilo della destra italiana. La Lega è un pezzo fondamentale di questa destra. Si potrà anche sostenere che l’alleanza con Alessandra Mussolini, e con i gruppuscoli nazisti vari, sia un fatto tattico e contingente, che non riguarda la linea politica del centrodestra e non ne modifica gli equilibri, e non ne sfregia l’aspetto “liberal-berlusconiano”: ma nel caso della Lega, chiaramente, non è così. La coalizione di centrodestra, che nel 2001 ha vinto le elezioni, è nata sul patto strategico tra Forza Italia e la Lega nord. E infatti, sulla base di questo patto, è stato preso il provvedimento più importante di tutta la legislatura: la riforma costituzionale federalista che cambierà - qualora dovesse superare il referendum di giugno (speriamo di no) - la struttura dello Stato repubblicano. In questo quadro, il fatto che la destra estrema europea giudichi come impresentabile il partito di Bossi e decida di metterlo fuori dalle proprie file, getta un ombra molto pesante sulla “Casa della libertà”. Berlusconi dovrà decidere se rispondere a questo gesto contrattaccando, e quindi sposando di nuovo Bossi - e spostando a destra l’asse della coalizione - oppure con una presa di distanze, che confermi la decisione di mettere Calderoli fuori dal governo dopo la goliardata della canottiera anti-islamica.
Per Berlusconi però sarà difficile un gesto di rottura, per il semplice motivo che, a quanto pare, Bossi è rimasto il suo unico alleato fedele. Nelle ultime 48 ore il leader di An e quello dell’Udc, e cioè Fini e Casini, hanno dato discreta prova di una forte disposizione a “tradire”. Non è stato per la verità un bello spettacolo. Per noi è difficile scrivere parole di simpatia verso Berlusconi, dopo cinque anni di governo incapace e prepotente: però nessuno può provare comprensione verso il gesto di due leader politici, molto mansueti e filopadronali per un intero quinquennio, e che decidono all’improvviso, quando i sondaggi avvertono che il loro capo sta perdendo le elezioni, di gettarsi su di lui per dargli il colpo di grazia, spolparlo e vedere se si può lucrare qualcosa, cioè qualche voto per la propria bottega. E’ un po’ da sciacalli. E’ un atteggiamento che non solo dimostra un senso non altissimo della moralità politica, ma anche doti modeste di statisti. (Ben diverso l’atteggiamento di Follini, che si sfilò vari mesi orsono dal berlusconismo, e accettò anche di pagare un prezzo abbastanza alto alla coerenza con le proprie opinioni politiche).
17 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
Rendiamoci consto che se il parlamento europeo ha preso una decisione simileper l'Europa è giunto il momento di dire basta al razzismo e alle idee medioevali di certi individui; che come mi piace ricordare oggi sono al ogverno dell'Italia.
di Piero Sansonetti
Proprio così: Bossi e i suoi, in qualche modo, sono stati messi fuori dall’Europa e - politicamente - diventano extracomunitari. Ce la dovete consentire questa battutaccia, perché fotografa abbastanza da vicino la realtà. I partiti della destra ultraconservatrice ed euroscettica al Parlamento europeo, che pure sono partiti decisamente reazionari, hanno deciso che la xenofobia e le pulsioni razziste della Lega sono eccessive e non sono compatibili con la dignità politica internazionale. E così, sebbene la decisione gli costi un forte indebolimento del gruppo - anche perché sono stati scacciati, insieme ai leghisti, anche gli ultradestri polacchi, che hanno posizioni simili a quelle della Lega - hanno stabilito di distinguere le proprie responsabilità e la propria immagine da quella dei nostri “ultrapadani”.
Naturalmente questa decisione europea pesa sul profilo della destra italiana. La Lega è un pezzo fondamentale di questa destra. Si potrà anche sostenere che l’alleanza con Alessandra Mussolini, e con i gruppuscoli nazisti vari, sia un fatto tattico e contingente, che non riguarda la linea politica del centrodestra e non ne modifica gli equilibri, e non ne sfregia l’aspetto “liberal-berlusconiano”: ma nel caso della Lega, chiaramente, non è così. La coalizione di centrodestra, che nel 2001 ha vinto le elezioni, è nata sul patto strategico tra Forza Italia e la Lega nord. E infatti, sulla base di questo patto, è stato preso il provvedimento più importante di tutta la legislatura: la riforma costituzionale federalista che cambierà - qualora dovesse superare il referendum di giugno (speriamo di no) - la struttura dello Stato repubblicano. In questo quadro, il fatto che la destra estrema europea giudichi come impresentabile il partito di Bossi e decida di metterlo fuori dalle proprie file, getta un ombra molto pesante sulla “Casa della libertà”. Berlusconi dovrà decidere se rispondere a questo gesto contrattaccando, e quindi sposando di nuovo Bossi - e spostando a destra l’asse della coalizione - oppure con una presa di distanze, che confermi la decisione di mettere Calderoli fuori dal governo dopo la goliardata della canottiera anti-islamica.
Per Berlusconi però sarà difficile un gesto di rottura, per il semplice motivo che, a quanto pare, Bossi è rimasto il suo unico alleato fedele. Nelle ultime 48 ore il leader di An e quello dell’Udc, e cioè Fini e Casini, hanno dato discreta prova di una forte disposizione a “tradire”. Non è stato per la verità un bello spettacolo. Per noi è difficile scrivere parole di simpatia verso Berlusconi, dopo cinque anni di governo incapace e prepotente: però nessuno può provare comprensione verso il gesto di due leader politici, molto mansueti e filopadronali per un intero quinquennio, e che decidono all’improvviso, quando i sondaggi avvertono che il loro capo sta perdendo le elezioni, di gettarsi su di lui per dargli il colpo di grazia, spolparlo e vedere se si può lucrare qualcosa, cioè qualche voto per la propria bottega. E’ un po’ da sciacalli. E’ un atteggiamento che non solo dimostra un senso non altissimo della moralità politica, ma anche doti modeste di statisti. (Ben diverso l’atteggiamento di Follini, che si sfilò vari mesi orsono dal berlusconismo, e accettò anche di pagare un prezzo abbastanza alto alla coerenza con le proprie opinioni politiche).
17 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
Rendiamoci consto che se il parlamento europeo ha preso una decisione simileper l'Europa è giunto il momento di dire basta al razzismo e alle idee medioevali di certi individui; che come mi piace ricordare oggi sono al ogverno dell'Italia.
giovedì, marzo 16, 2006
Pisanu indagato per le deportazioni ma la Lega insiste: guerra ai migranti
Pisanu indagato per le deportazioni ma la Lega insiste: guerra ai migranti
Tutto il marcio venne a galla con la formidabile inchiesta di Fabrizio Gatti. Il giornalista dell’Espresso si era finto curdo ed era riuscito a farsi rinchiudere per otto giorni all’interno del Cpt di Lampedusa. Clandestino. Qui vide con i propri occhi ciò che decine di politici del centrosinistra e organizzazioni come Amnesty International e l’Arci andavano denunciando da mesi, inutilmente: e cioè che nel centro di permanenza temporanea la burocrazia più elementare si inceppa. E con essa i diritti umani.
Più dettagliatamente: che i migranti giunti nell’isola a bordo dei barconi sono identificati male, o non vengono identificati affatto. Che la maggior parte degli stranieri viene trattenuta nel centro per più di due giorni senza che un giudice si scomodi per notificarlo. E che spesso i malcapitati finiscono in un aereo - ammanettati, come documentò un filmato di Mauro Parissone e Roberto Burchiello - e deportati in Libia senza nemmeno un foglio di espulsione. Come fantasmi. Procedure illegali che il Parlamento europeo aveva condannato già nell’aprile dello scorso anno inviando al governo Berlusconi una dura reprimenda, con l’accusa di violare i diritti umani fondamentali.
Ora il ministro dell’Interno Pisanu dovrà rispondere di questi vuoti desolanti. Il collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Roma ha infatti iscritto il capo del Viminale nel registro degli indagati per il reato di omissione di atti d’ufficio. L’indagine era scattata in seguito alla denuncia presentata il 12 luglio scorso presso il Tribunale della capitale e che vede tra i primi firmatari Elettra Deiana e Giovanni Russo Spena (Rifondazione), l’indipendente Prc Pietro Folena, Achille Occhetto, Tana de Zulueta (Verdi) e altri 25 tra deputati, senatori e docenti universitari. In origine la denuncia risultava contro ignoti e tirava in ballo le identificazioni sommarie e le espulsioni. Con annesso un fatto specifico: i gestori del centro di Lampedusa avevano negato l’ingresso a Tana de Zulueta e Chiara Acciarini (Ds), senza una chiara motivazione visto che i parlamentari godono di libero accesso ai Cpt. Nel corso delle indagini il pm Marcello Monteleone ha ritenuto di dare un nome agli ignoti responsabili: Giuseppe Pisanu risulta indagato già da ottobre. Monteleone ha trasferito dunque il fascicolo dal tribunale di Roma al collegio per i reati ministeriali. L’indagine è ancora aperta.
All’indomani della pubblicazione del reportage di Gatti, Pisanu giudicò «infamanti» le accuse alle forze dell’ordine incaricate di gestire il cpt dell’isola.
di Laura Eduati (giovedì 16 marzo)
Da: www.liberazione.it
Vorrei ricordare che queste notizie erano state rese note già parecchi mesi...
...infatti mi chiedevo xchè non se ne fosse + parlato...
Il marcio presente nella destra dovrebbe essere condannato duramente sempre.
Se questi fatti "escono" durante la campagna elettorale non fanno altro che aumentare le polemiche sulle toghe rosse, strumentalizzazioni politiche, etc...
Se non sbaglio, tra l'altro, ben altri fatti erano stati denunciati; aspettiamo aprile x diffondere le notizie?!
Tutto il marcio venne a galla con la formidabile inchiesta di Fabrizio Gatti. Il giornalista dell’Espresso si era finto curdo ed era riuscito a farsi rinchiudere per otto giorni all’interno del Cpt di Lampedusa. Clandestino. Qui vide con i propri occhi ciò che decine di politici del centrosinistra e organizzazioni come Amnesty International e l’Arci andavano denunciando da mesi, inutilmente: e cioè che nel centro di permanenza temporanea la burocrazia più elementare si inceppa. E con essa i diritti umani.
Più dettagliatamente: che i migranti giunti nell’isola a bordo dei barconi sono identificati male, o non vengono identificati affatto. Che la maggior parte degli stranieri viene trattenuta nel centro per più di due giorni senza che un giudice si scomodi per notificarlo. E che spesso i malcapitati finiscono in un aereo - ammanettati, come documentò un filmato di Mauro Parissone e Roberto Burchiello - e deportati in Libia senza nemmeno un foglio di espulsione. Come fantasmi. Procedure illegali che il Parlamento europeo aveva condannato già nell’aprile dello scorso anno inviando al governo Berlusconi una dura reprimenda, con l’accusa di violare i diritti umani fondamentali.
Ora il ministro dell’Interno Pisanu dovrà rispondere di questi vuoti desolanti. Il collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Roma ha infatti iscritto il capo del Viminale nel registro degli indagati per il reato di omissione di atti d’ufficio. L’indagine era scattata in seguito alla denuncia presentata il 12 luglio scorso presso il Tribunale della capitale e che vede tra i primi firmatari Elettra Deiana e Giovanni Russo Spena (Rifondazione), l’indipendente Prc Pietro Folena, Achille Occhetto, Tana de Zulueta (Verdi) e altri 25 tra deputati, senatori e docenti universitari. In origine la denuncia risultava contro ignoti e tirava in ballo le identificazioni sommarie e le espulsioni. Con annesso un fatto specifico: i gestori del centro di Lampedusa avevano negato l’ingresso a Tana de Zulueta e Chiara Acciarini (Ds), senza una chiara motivazione visto che i parlamentari godono di libero accesso ai Cpt. Nel corso delle indagini il pm Marcello Monteleone ha ritenuto di dare un nome agli ignoti responsabili: Giuseppe Pisanu risulta indagato già da ottobre. Monteleone ha trasferito dunque il fascicolo dal tribunale di Roma al collegio per i reati ministeriali. L’indagine è ancora aperta.
All’indomani della pubblicazione del reportage di Gatti, Pisanu giudicò «infamanti» le accuse alle forze dell’ordine incaricate di gestire il cpt dell’isola.
di Laura Eduati (giovedì 16 marzo)
Da: www.liberazione.it
Vorrei ricordare che queste notizie erano state rese note già parecchi mesi...
...infatti mi chiedevo xchè non se ne fosse + parlato...
Il marcio presente nella destra dovrebbe essere condannato duramente sempre.
Se questi fatti "escono" durante la campagna elettorale non fanno altro che aumentare le polemiche sulle toghe rosse, strumentalizzazioni politiche, etc...
Se non sbaglio, tra l'altro, ben altri fatti erano stati denunciati; aspettiamo aprile x diffondere le notizie?!
martedì, marzo 14, 2006
Il centrodestra punta tutto sulla paura: sottotiro Rifondazione e movimenti
Il centrodestra punta tutto sulla paura: sottotiro Rifondazione e movimenti
Ma s’era mai vista una campagna elettorale così? Manipolata, antipolitica, violenta. Studiata per espellere da sé tutto ciò che può coinvolgere davvero gli elettori in carne ed ossa, i loro problemi reali - il lavoro che non c’è, il salario che si abbassa, le sicurezze che vanno in tilt. Una campagna ritmata sull’enfatizzazione clamorosa di frasi, saghe televisive, risse e duelli - per eccitare il peggior tifo del peggior scontro da stadio. No, non è il caso di abbandonarsi alle tentazioni dietrologiche o complottistiche... Ma qualcosa di inquietante c’è, e come. Il centrodestra è disperato, e disperato è segnatamente il suo leader: per loro, il 9 aprile non si profila come una sconfitta qualunque, ma come la chiusura di un ciclo. Non come l’occasione di una “tranquilla” alternanza, con relativo passaggio di consegne, ma come l’inizio di una possibile disgregazione “finale”. Se è così, se i milioni di euro buttati dal Cavaliere nel marketing e nelle maratone americane rischiano di non servire a nulla, come escludere a priori che si facciano strada, nel Polo, tentazioni di genere delegittimante, dal vago sapore sovversivo? Del resto, Berlusconi l’ha già detto, nel suo match con Lucia Annunziata: la sinistra è maestra nell’arte dei brogli elettorali - sì, ha avuto il coraggio di rispondere così alla domanda sullo Storacegate. E son più d’uno, nel Polo, a dichiarare che il premier farebbe bene a far saltare, stasera, il confronto con Prodi: proprio per far salire ulteriormente la tensione già alta e con essa l’inciviltà del confronto. Insomma, sarebbe la vecchia idea di far saltare il banco, visto che le carte non funzionano, e il tuo gioco langue.
In questo clima, bisogna saperlo: la sinistra radicale, e Rifondazione comunista che tanta parte ne rappresenta, sono sotto tiro, e nessun mezzo, “lecito” o illecito che sia, viene risparmiato. Il tentativo evidente è quello di incendiare al massimo lo scontro elettorale, criminalizzando le forze del cambiamento, diffamandole, assimilandole tout court ai comportamenti “estremisti” più insensati e pericolosi. Così si colpisce sia la credibilità dell’Unione come tale sia la “affidabilità” della sinistra di alternativa.
Le cronache di queste ultime concitate giornate parlano da sole. A Milano un “sabato nero” sconvolge la città: duecento giovani violenti e irresponsabili giocano alla guerra e mettono in scacco ottocento agenti. Il risultato immediato è che il corteo di Fiamma tricolore, che trabocca di svastiche, saluti romani e inni a Mussolini, si svolge in totale tranquillità - e pochi trovano la forza di rinfacciare al centrodestra un alleato elettorale così poco “presentabile”. Il risultato politico è la canea che si scatena contro Rifondazione, i no global, i movimenti, i centri sociali, la sinistra, con il ministro Pisanu nei panni del protagonista: tutto ridotto ad un “unicum”, a una specie di monolite più o meno compatto e solidale. Un po’ come si fa con l’Islam - ci sono cento Islam, ma poi tutti i musulmani, in quanto tali, vengono rappresentati come fondamentalisti e terroristi. Rifondazione comunista non ha nulla a che fare con i black bloc e gli anarcoinsurrezionalisti? Non importa. Rifondazione comunista ha seccamente condannato le violenze di Milano e ribadisce la sua opzione strategica di nonviolenza? Non importa, non basta. E’ la nozione stessa di “no global” che viene identificata con l’estremismo violento, nonostante sia ben noto a chiunque che la stragrande maggioranza del movimento ha scelto una pratica pacifica e pacifista: e un politico moderato come Pier Ferdinando Casini arriva a dire che i “no global” non possono sedere in Parlamento, quasi come se il movimento fosse come la peste, o una realtà da escludere, reprimere, cacciare comunque fuori dal rapporto con la politica.
In realtà, è l’idea stessa di conflitto - conflitto sociale maturo, lotta di massa, protesta - che viene messa sotto processo. In questa rincorsa, si monta, da capo, il “caso Caruso”. Questa volta, Caruso non c’entra proprio: non era a Milano, non ha partecipato alla manifestazione di sabato, come del resto non vi ha partecipato il centro sociale milanese più prestigioso, come il Leoncavallo. Ma il teorema va avanti lo stesso: dal candidato Caruso a Rifondazione comunista, dalla giornata milanese all’essenza dei movimenti, da Caruso a Bertinotti a da Bertinotti a Prodi. Fino a interviste immaginarie da parte di quotidiani quasi immaginari (il Quotidiano nazionale), alla faccia della deontologia professionale. Per non parlare delle velina del Viminale che ogni giorno seminano panico e un clima allarmistico. Eppure oggi Francesco Caruso scrive, proprio su questo giornale, che a Milano è stato fatto “un errore grave”, anzi “una scelta demenziale” e prende le distanze da quanto è accaduto: politicamente, è questo che conta, che deve contare. Ma basterà?
Ora, certo, l’obiettivo immediato è la manifestazione di sabato prossimo. Essa è stata concepita come una grande giornata di pace e per la pace, e questo sarà, a dispetto dei falchi e degli sciacalli in agguato. Ma è in pieno corso il tentativo di seminare panico e allarme, con l’obiettivo minimo di ridurre la partecipazione e minare la fiducia di massa nella scelta di scendere in piazza - a mani nude, a volti scoperti, a dire no ad una guerra che continua, ogni giorno, a massacrare innocenti.
Più che mai, insomma, la nonviolenza è l’unica strada che ha senso percorrere nella politica. Proprio in una campagna elettorale come questa, dove la violenza rischia di farla da padrona e di avvolgere tutto e tutti in una coltre di nebbia velenosa.
di Rina Gagliardi (martedì 14 marzo)
Da: www.liberazione.it
Vorrei chiarire che, molto spesso i gruppi no-global o anarchici (se effettivamente risultassero loro i colpevoli dei disordini avvenuti qualche giorno fa a Milano; e non infiltrati di altre forze...) non votano proprio alle elezioni, xchè non credono nella democrazia (o in questa democrazia) e quindi non sostengono nessun partito; anche xchè un qualsiasi partito sa benissimo che un comportamento simile sarebbe un suicidio a livello elettorale, visto che siamo in campagna...
Ma s’era mai vista una campagna elettorale così? Manipolata, antipolitica, violenta. Studiata per espellere da sé tutto ciò che può coinvolgere davvero gli elettori in carne ed ossa, i loro problemi reali - il lavoro che non c’è, il salario che si abbassa, le sicurezze che vanno in tilt. Una campagna ritmata sull’enfatizzazione clamorosa di frasi, saghe televisive, risse e duelli - per eccitare il peggior tifo del peggior scontro da stadio. No, non è il caso di abbandonarsi alle tentazioni dietrologiche o complottistiche... Ma qualcosa di inquietante c’è, e come. Il centrodestra è disperato, e disperato è segnatamente il suo leader: per loro, il 9 aprile non si profila come una sconfitta qualunque, ma come la chiusura di un ciclo. Non come l’occasione di una “tranquilla” alternanza, con relativo passaggio di consegne, ma come l’inizio di una possibile disgregazione “finale”. Se è così, se i milioni di euro buttati dal Cavaliere nel marketing e nelle maratone americane rischiano di non servire a nulla, come escludere a priori che si facciano strada, nel Polo, tentazioni di genere delegittimante, dal vago sapore sovversivo? Del resto, Berlusconi l’ha già detto, nel suo match con Lucia Annunziata: la sinistra è maestra nell’arte dei brogli elettorali - sì, ha avuto il coraggio di rispondere così alla domanda sullo Storacegate. E son più d’uno, nel Polo, a dichiarare che il premier farebbe bene a far saltare, stasera, il confronto con Prodi: proprio per far salire ulteriormente la tensione già alta e con essa l’inciviltà del confronto. Insomma, sarebbe la vecchia idea di far saltare il banco, visto che le carte non funzionano, e il tuo gioco langue.
In questo clima, bisogna saperlo: la sinistra radicale, e Rifondazione comunista che tanta parte ne rappresenta, sono sotto tiro, e nessun mezzo, “lecito” o illecito che sia, viene risparmiato. Il tentativo evidente è quello di incendiare al massimo lo scontro elettorale, criminalizzando le forze del cambiamento, diffamandole, assimilandole tout court ai comportamenti “estremisti” più insensati e pericolosi. Così si colpisce sia la credibilità dell’Unione come tale sia la “affidabilità” della sinistra di alternativa.
Le cronache di queste ultime concitate giornate parlano da sole. A Milano un “sabato nero” sconvolge la città: duecento giovani violenti e irresponsabili giocano alla guerra e mettono in scacco ottocento agenti. Il risultato immediato è che il corteo di Fiamma tricolore, che trabocca di svastiche, saluti romani e inni a Mussolini, si svolge in totale tranquillità - e pochi trovano la forza di rinfacciare al centrodestra un alleato elettorale così poco “presentabile”. Il risultato politico è la canea che si scatena contro Rifondazione, i no global, i movimenti, i centri sociali, la sinistra, con il ministro Pisanu nei panni del protagonista: tutto ridotto ad un “unicum”, a una specie di monolite più o meno compatto e solidale. Un po’ come si fa con l’Islam - ci sono cento Islam, ma poi tutti i musulmani, in quanto tali, vengono rappresentati come fondamentalisti e terroristi. Rifondazione comunista non ha nulla a che fare con i black bloc e gli anarcoinsurrezionalisti? Non importa. Rifondazione comunista ha seccamente condannato le violenze di Milano e ribadisce la sua opzione strategica di nonviolenza? Non importa, non basta. E’ la nozione stessa di “no global” che viene identificata con l’estremismo violento, nonostante sia ben noto a chiunque che la stragrande maggioranza del movimento ha scelto una pratica pacifica e pacifista: e un politico moderato come Pier Ferdinando Casini arriva a dire che i “no global” non possono sedere in Parlamento, quasi come se il movimento fosse come la peste, o una realtà da escludere, reprimere, cacciare comunque fuori dal rapporto con la politica.
In realtà, è l’idea stessa di conflitto - conflitto sociale maturo, lotta di massa, protesta - che viene messa sotto processo. In questa rincorsa, si monta, da capo, il “caso Caruso”. Questa volta, Caruso non c’entra proprio: non era a Milano, non ha partecipato alla manifestazione di sabato, come del resto non vi ha partecipato il centro sociale milanese più prestigioso, come il Leoncavallo. Ma il teorema va avanti lo stesso: dal candidato Caruso a Rifondazione comunista, dalla giornata milanese all’essenza dei movimenti, da Caruso a Bertinotti a da Bertinotti a Prodi. Fino a interviste immaginarie da parte di quotidiani quasi immaginari (il Quotidiano nazionale), alla faccia della deontologia professionale. Per non parlare delle velina del Viminale che ogni giorno seminano panico e un clima allarmistico. Eppure oggi Francesco Caruso scrive, proprio su questo giornale, che a Milano è stato fatto “un errore grave”, anzi “una scelta demenziale” e prende le distanze da quanto è accaduto: politicamente, è questo che conta, che deve contare. Ma basterà?
Ora, certo, l’obiettivo immediato è la manifestazione di sabato prossimo. Essa è stata concepita come una grande giornata di pace e per la pace, e questo sarà, a dispetto dei falchi e degli sciacalli in agguato. Ma è in pieno corso il tentativo di seminare panico e allarme, con l’obiettivo minimo di ridurre la partecipazione e minare la fiducia di massa nella scelta di scendere in piazza - a mani nude, a volti scoperti, a dire no ad una guerra che continua, ogni giorno, a massacrare innocenti.
Più che mai, insomma, la nonviolenza è l’unica strada che ha senso percorrere nella politica. Proprio in una campagna elettorale come questa, dove la violenza rischia di farla da padrona e di avvolgere tutto e tutti in una coltre di nebbia velenosa.
di Rina Gagliardi (martedì 14 marzo)
Da: www.liberazione.it
Vorrei chiarire che, molto spesso i gruppi no-global o anarchici (se effettivamente risultassero loro i colpevoli dei disordini avvenuti qualche giorno fa a Milano; e non infiltrati di altre forze...) non votano proprio alle elezioni, xchè non credono nella democrazia (o in questa democrazia) e quindi non sostengono nessun partito; anche xchè un qualsiasi partito sa benissimo che un comportamento simile sarebbe un suicidio a livello elettorale, visto che siamo in campagna...
domenica, marzo 12, 2006
Brescia 11/03/'06, incontro con Bertinotti

Bertinotti presenta la candidatura di Zipponi, "Un operaio in parlamento"
Brescia 11/03/'06, il "comizio" si apre con l'intervento di una giovane studentessa di medicina, Giulia (che credo sia una mia ex-compagna di classe delle elementari ^^), che apre il discorso, poi ripreso sia da Rinaldini che da Bertinotti, sul precariato; sottolineando il modo "apatico" di porsi, rispetto alle problematiche odierne, degli studenti di oggi. (Tema interessante, ma sfortunatamente vecchio ed ormai troppo radicato; ci sarebbe bisogno di un intervento profondo nella cultura individualista e superficiale di oggi)
Portando testimonianze vicine a noi bresciani, ma che, indubbiamente, rispecchiano l'andamento delle dinamiche lavorative di oggi; un delegato sindacale dell'Iveco ricorda a tutti ciò che accadde nei mesi scorsi, cioè il licenziamento di un suo collega e delegato sindacale della fiom perchè scomodo...
Inoltre si è ricordato che nella FIAT, il contratto (aziendale) di secondo livello non è "rivisto" da anni.
L'incontro prosegue con l'intervento del segretario generale della FIOM Gianni Rinaldini che facendo i dovuti onori all'ex collega sindacalista, Zipponi, non perde l'occasione x fare il punto della situazione sull'instabilità del lavoro in Italia e sottolineare con quanta difficoltà i sindacati ("i " x modo di dire...) ottengano aumenti salariali dovuti, visto il continuo aumento dei prezzi e conseguente rincaro del costo vita.
Altro punto, degno di nota secondo me, messo in risalto da Rinaldini è la poca considerazione che i media e le persone, in generale, hanno nei confronti degli sforzi e delle battaglie vinte dai metalmeccanici e del fatto che oggi qualsiasi richiesta da parte dei sindacati sia accolta molto duramente dalla controparte.
Ora tutta l'attenzione è su Bertinotti, non solo x le ovvie responsabilità che il segretario generale di Rifondazione Comunista ha, ma anche perchè molte persone sono scettiche sulle ultime posizioni prese dal partito.
Esse arrivano e sono essenzialmente 2: la prima, espressa quasi con tono triste, ma speranzoso (scusate l'ossimoro, ma va tanto di moda... ^^) è quella della fiducia che Rifondazione da alla coalizione e l'altra sicuramente molto meno pacata, x l'accento grintoso e l'impeto con il quale viene espressa da Bertinotti, cioè mandare a casa Berlusconi.
Infatti la prospettiva di altri 5 anni di governo è quanto mai spaventosa, terribile, angosciante.
Forse a questo punto alcuni ricordano il segretario di Rifondazione, come complice dell'ascesa di questo governo, ma qui è d'obbligo una riflessione; se sono state fatte tante ingiustizie lo si deve anche alle autostrade a 4 corsie aperte dal vecchio governo di centro sinistra...
...e se si avessero avuti 10 anni di governo? Cosa avrebbe potuto fare il governo Berlusconi? E' difficile immaginare di peggio, ma secondo me... ^^
Oltre ai temi già accennati dagli altri oratori indi: precariato, pensioni e salari, emergono altre importanti questioni, come quella sulla nuova legge x la legittima difesa che ci riporta indietro di qualche centinaio di anni aprendo le porte ad una violenza brutale ed autonoma, l'esigenza di una legalità vera, senza politici con conflitti d'interesse (che non dovrebbero nemmeno esistere), una divisione in + scaglioni x quanto riguarda le tasse e una lotta vera agli evasori, la classista riforma Moratti, la legge Bossi-Fini e quindi il problema immigrazione; la necessità di espandere e fortificare la sinistra europea e quella importantissima di creare un vero dialogo fra le persone con il confronto diretto, perchè le condizioni di vita e le esigenze della grandissima maggioranza degli italiani sono le medesime.
Senza introdurre discorsi morali o etici: il governo Berlusconi, ha portato benessere? Noi oggi stiamo meglio o peggio di 5-10 anni fa?
(anche se, secondo me i discorsi morali sono sempre da fare a prescindere dal risultato)
In fine, la pace e la manifestazione che si terrà a Roma il 18/03/'06 III anniversario della guerra inIraq; non sono mancate le raccomandazioni, dobbiamo escludere quelle persone che trasformano le manifestazioni pacifiste in "guerriglie", allontaniamo la violenza in tutti i modi in cui essa si presenta.
venerdì, marzo 10, 2006
Evolution Festival 06 - Phase 2
Evolution Festival 06 - Phase 2
14,15 e 16 Luglio 2006, Toscolano Maderno Campo Sportivo, Brescia
Bands Confermate (in ordine Alfabetico):
Amon Amarth (SWE), Annihilator (CAN), Armored Saint (USA), Arthemis (ITA), Atheist (USA), Cradle of Filth (UK), Dark Lunacy (ITA), Dark Tranquillity (SWE), Death Angel (USA), Death SS (ITA), Destruction (DE), Eldritch (ITA), Ensiferum (FIN), Finntroll (FIN), Haggard (DE), Kayser (SWE), Korpiklaani (FIN), Labyrinth (ITA), MacBeth (ITA), Moonspell (POR), Nightmare (FR), Saxon (UK), Sadist (ITA), Secret Sphere (ITA), The Gathering (NL), Tristania (NOR), Within Temptation (NL).
(Ho evidenziato i gruppi + interessanti, secondo me, ovviamente ^^)
Il costo dei biglietti:
La giornata del Venerdì costa 10,00 euro e NON sarà possibile acquistare il biglietto in prevendita. SOLO ai cancelli o come parte dell'abbonamento per il Week-end.
La giornata del Sabato costa 35,00 euro in prevendita (+ diritti di prevendita) e 40,00 euro ai cancelli.
La giornata di Domenica costa 35,00 euro in prevendita (+ diritti di prevendita) e 40,00 euro ai cancelli.
L'abbonamento per tutti e 3 i giorni sarà di 70,00 euro in prevendita (+ diritti) e sarà UNICAMENTE ACQUISTABILE IN PREVENDITA.
Altre info: http://www.evolutionfest.it/
14,15 e 16 Luglio 2006, Toscolano Maderno Campo Sportivo, Brescia
Bands Confermate (in ordine Alfabetico):
Amon Amarth (SWE), Annihilator (CAN), Armored Saint (USA), Arthemis (ITA), Atheist (USA), Cradle of Filth (UK), Dark Lunacy (ITA), Dark Tranquillity (SWE), Death Angel (USA), Death SS (ITA), Destruction (DE), Eldritch (ITA), Ensiferum (FIN), Finntroll (FIN), Haggard (DE), Kayser (SWE), Korpiklaani (FIN), Labyrinth (ITA), MacBeth (ITA), Moonspell (POR), Nightmare (FR), Saxon (UK), Sadist (ITA), Secret Sphere (ITA), The Gathering (NL), Tristania (NOR), Within Temptation (NL).
(Ho evidenziato i gruppi + interessanti, secondo me, ovviamente ^^)
Il costo dei biglietti:
La giornata del Venerdì costa 10,00 euro e NON sarà possibile acquistare il biglietto in prevendita. SOLO ai cancelli o come parte dell'abbonamento per il Week-end.
La giornata del Sabato costa 35,00 euro in prevendita (+ diritti di prevendita) e 40,00 euro ai cancelli.
La giornata di Domenica costa 35,00 euro in prevendita (+ diritti di prevendita) e 40,00 euro ai cancelli.
L'abbonamento per tutti e 3 i giorni sarà di 70,00 euro in prevendita (+ diritti) e sarà UNICAMENTE ACQUISTABILE IN PREVENDITA.
Altre info: http://www.evolutionfest.it/
giovedì, marzo 09, 2006
Bravo Mieli attenti a Mieli
Bravo Mieli attenti a Mieli
di Piero Sansonetti
E’stato coraggioso Paolo Mieli a scrivere l’editoriale, pubblicato ieri sul “Corriere della Sera”, nel quale esprime l’appoggio del suo giornale all’Unione. In inglese - o più precisamente in “americano” - si dice endorsement, che vuol dire approvazione, ed è un passaggio importante - negli Stati Uniti - di tutte le campagne elettorali. C’è un momento, cioè - in genere molto atteso dall’opinione pubblica - nel quale i grandi giornali (Il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Los Angeles Times”, il “Boston Globe” eccetera) annunciano agli elettori quale sarà il candidato che loro sosterranno in vista delle elezioni. Nelle democrazie anglosassoni il “rito” dell’endorsement è un passaggio importante, perché garantisce “trasparenza” nei rapporti tra stampa e politica e aiuta i lettori a capire le questioni essenziali della partita elettorale.
Da noi il rapporto tra giornali e politica non è mai stato molto trasparente. Per un milione di motivi. Forse il più chiaro ed evidente è un motivo storico: nel secolo scorso il nostro paese ha vissuto sotto due regimi, uno illiberale (il fascismo) che aveva del tutto abolito i giornali indipendenti, e uno liberale (nel dopoguerra) dominato dal potere democristiano e dal cosiddetto fattore “K” (cioè l’impossibilità dell’opposizione, comunista, di accedere al governo). In questo secondo, lungo, periodo, cioè il cinquantennio della prima repubblica, la grande stampa - tutta la grande stampa - è sempre stata subalterna ai partiti governativi e in particolare alla Dc: in qualche modo ne è stata l’emanazione. Questo non ha permesso all’Italia di avere un giornalismo indipendente forte e sviluppato come quello di altri paesi occidentali.
* * *
Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto lucido, nel quale ha chiarito il motivo per il quale il “Corriere” sceglie Prodi. Perché il governo uscente, e i gruppi dirigenti espressi dal centro destra - e specialmente dal partito di maggioranza relativa, e cioè Forza Italia - non sono in grado di governare il paese, e cioè di farsi carico di un qualche interesse generale. E’ questa la ragione del loro fallimento. Naturalmente si può discutere finché si vuole sull’interesse generale, ed è assolutamente evidente che l’idea di interesse generale che può avere qualunque lettore di questo giornale è assai diversa dall’idea di Paolo Mieli, o dei lettori del “Corriere”, o dei gruppi intellettuali, politici, economici, che sono vicini al direttore del “Corriere della Sera”. Il fatto è che Paolo Mieli, nel suo editoriale, sostiene che il governo di centrodestra non ha saputo porsi al servizio di nessun tipo di interesse generale, ma ha lavorato solo per l’interesse specialissimo del premier e dei gruppi che fanno parte del suo sistema economico, finanziario, politico. Ha privatizzato lo Stato.
A me è sembrato che più che un endorsement verso Prodi, Paolo Mieli abbia espresso la più netta e irreversibile sfiducia al premier uscente. Tanto che - rivolgendosi agli elettori di destra - li ha consigliati di votare eventualmente per Casini, o per An, o per chi vogliono, ma mai e poi mai per Forza Italia.
* * *
Paolo Mieli, scrivendo l’editoriale, ha dimostrato anche quanto sia insidiosa l’ipoteca che una parte ampia e molto forte delle classi dominanti italiane (la “grande borghesia”, nel vecchio gergo, i “poteri forti”, se vogliamo usare un linguaggio più moderno) pone sul futuro governo di centrosinistra. Quel pezzo consistente di borghesia, che dopo un decennio si è smarcata nettamente da Berlusconi e ha deciso di non seguirlo più, ci dice: «noi investiamo sul centrosinistra, noi aiuteremo il centrosinistra a vincere, ma tutto ciò non sarà gratis».
Già, non sarà gratis. Una alleanza politica e sociale impone dei prezzi. E’ giusto. Purché sia chiaro che i prezzi li pagano tutti - il centro, la sinistra, la borghesia, i ceti popolari - e che il punto di equilibrio politico che va trovato non può essere una semplice riproposizione - più colta ed educata - delle vecchie politiche della destra. Per capirci: il futuro governo di centrosinistra - usiamo uno slogan - non può essere un governo “Prodi- Montezemolo”, né può essere una alleanza nella quale viene delegato alla sinistra il compito di occuparsi del “teatro” (cioè le regole del gioco, i diritti in Tv, le par condicio e quelle cose lì, le varie norme e limitazioni o esaltazioni del ceto politico) e ai rappresentanti dei “poteri veri” resta il compito di decidere le politiche economiche e statuali. Questo - e Mieli lo sa - non sta nelle cose. Per un motivo, in fondo, semplicissimo: che dentro la coalizione, stavolta, avranno un peso consistente le forze della sinistra radicale guidate da Rifondazione.
9 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
di Piero Sansonetti
E’stato coraggioso Paolo Mieli a scrivere l’editoriale, pubblicato ieri sul “Corriere della Sera”, nel quale esprime l’appoggio del suo giornale all’Unione. In inglese - o più precisamente in “americano” - si dice endorsement, che vuol dire approvazione, ed è un passaggio importante - negli Stati Uniti - di tutte le campagne elettorali. C’è un momento, cioè - in genere molto atteso dall’opinione pubblica - nel quale i grandi giornali (Il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Los Angeles Times”, il “Boston Globe” eccetera) annunciano agli elettori quale sarà il candidato che loro sosterranno in vista delle elezioni. Nelle democrazie anglosassoni il “rito” dell’endorsement è un passaggio importante, perché garantisce “trasparenza” nei rapporti tra stampa e politica e aiuta i lettori a capire le questioni essenziali della partita elettorale.
Da noi il rapporto tra giornali e politica non è mai stato molto trasparente. Per un milione di motivi. Forse il più chiaro ed evidente è un motivo storico: nel secolo scorso il nostro paese ha vissuto sotto due regimi, uno illiberale (il fascismo) che aveva del tutto abolito i giornali indipendenti, e uno liberale (nel dopoguerra) dominato dal potere democristiano e dal cosiddetto fattore “K” (cioè l’impossibilità dell’opposizione, comunista, di accedere al governo). In questo secondo, lungo, periodo, cioè il cinquantennio della prima repubblica, la grande stampa - tutta la grande stampa - è sempre stata subalterna ai partiti governativi e in particolare alla Dc: in qualche modo ne è stata l’emanazione. Questo non ha permesso all’Italia di avere un giornalismo indipendente forte e sviluppato come quello di altri paesi occidentali.
* * *
Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto lucido, nel quale ha chiarito il motivo per il quale il “Corriere” sceglie Prodi. Perché il governo uscente, e i gruppi dirigenti espressi dal centro destra - e specialmente dal partito di maggioranza relativa, e cioè Forza Italia - non sono in grado di governare il paese, e cioè di farsi carico di un qualche interesse generale. E’ questa la ragione del loro fallimento. Naturalmente si può discutere finché si vuole sull’interesse generale, ed è assolutamente evidente che l’idea di interesse generale che può avere qualunque lettore di questo giornale è assai diversa dall’idea di Paolo Mieli, o dei lettori del “Corriere”, o dei gruppi intellettuali, politici, economici, che sono vicini al direttore del “Corriere della Sera”. Il fatto è che Paolo Mieli, nel suo editoriale, sostiene che il governo di centrodestra non ha saputo porsi al servizio di nessun tipo di interesse generale, ma ha lavorato solo per l’interesse specialissimo del premier e dei gruppi che fanno parte del suo sistema economico, finanziario, politico. Ha privatizzato lo Stato.
A me è sembrato che più che un endorsement verso Prodi, Paolo Mieli abbia espresso la più netta e irreversibile sfiducia al premier uscente. Tanto che - rivolgendosi agli elettori di destra - li ha consigliati di votare eventualmente per Casini, o per An, o per chi vogliono, ma mai e poi mai per Forza Italia.
* * *
Paolo Mieli, scrivendo l’editoriale, ha dimostrato anche quanto sia insidiosa l’ipoteca che una parte ampia e molto forte delle classi dominanti italiane (la “grande borghesia”, nel vecchio gergo, i “poteri forti”, se vogliamo usare un linguaggio più moderno) pone sul futuro governo di centrosinistra. Quel pezzo consistente di borghesia, che dopo un decennio si è smarcata nettamente da Berlusconi e ha deciso di non seguirlo più, ci dice: «noi investiamo sul centrosinistra, noi aiuteremo il centrosinistra a vincere, ma tutto ciò non sarà gratis».
Già, non sarà gratis. Una alleanza politica e sociale impone dei prezzi. E’ giusto. Purché sia chiaro che i prezzi li pagano tutti - il centro, la sinistra, la borghesia, i ceti popolari - e che il punto di equilibrio politico che va trovato non può essere una semplice riproposizione - più colta ed educata - delle vecchie politiche della destra. Per capirci: il futuro governo di centrosinistra - usiamo uno slogan - non può essere un governo “Prodi- Montezemolo”, né può essere una alleanza nella quale viene delegato alla sinistra il compito di occuparsi del “teatro” (cioè le regole del gioco, i diritti in Tv, le par condicio e quelle cose lì, le varie norme e limitazioni o esaltazioni del ceto politico) e ai rappresentanti dei “poteri veri” resta il compito di decidere le politiche economiche e statuali. Questo - e Mieli lo sa - non sta nelle cose. Per un motivo, in fondo, semplicissimo: che dentro la coalizione, stavolta, avranno un peso consistente le forze della sinistra radicale guidate da Rifondazione.
9 marzo 2006
Da: www.liberazione.it
mercoledì, marzo 08, 2006
07.03.2006 Iron Maiden confermano tutto il tour europeo!
07.03.2006 IRON MAIDEN confermano tutto il tour europeo!IRON MAIDEN hanno confermato tutta la parte Europea del loro tour mondiale che includerà un unico attesissimo show in Italia, press il DatchForum (ex Forum) di Milano, sabato 2 Dicembre 2006.
Ecco I dettagli della data italianaIRON MAIDENSpecial guest: TriviumSabato 2 Dicembre 2006 – Milano, Datch Forum (ex Forum)Biglietti in vendita a partire dale ore 15.00 di venerdi 17 Marzo su www.ticketone.it e punti vendita collegati su tutta la rete nazionale.Saranno poi in vendita nelle abituali rivendite a partire dalla settimana successiva.
domenica, marzo 05, 2006
GODS OF METAL 2006 - comunicato ufficiale
GODS OF METAL 2006 - comunicato ufficiale
Milano - Idroscalo - 1, 2, 3, 4 Giugno:
GIOVEDI 1 GIUGNO, apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
VENOM, DIMMU BORGIR, OPETH, DOWN, TESTAMENT, NEVERMORE, SATYRICON, tba, tba, tba.
VENERDI 2 GIUGNO, Festa Della Repubblica, Italian Gods Of Metal, apertura cancelli ore 9, inizio concerti ore 10 (Metal italiano):
STRANA OFFICINA, FIRE TRAILS, EXTREMA, VISION DIVINE, NECRODEATH, DOMINE, NOVEMBRE, STORMLORD, INFERNAL POETRY, WHITE SKULL, MELLOW TOY.
SABATO 3 GIUGNO - apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
DEF LEPPARD, WHITESNAKE, MOTORHEAD, HELLOWEEN, STRATOVARIUS, GAMMA RAY, ANGRA, EDGUY, SONATA ARCTICA, CRUCIFIED BARBARA.
DOMENICA 4 GIUGNO - apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
GUNS N' ROSES, KORN, DEFTONES, ALICE IN CHAINS, STONE SOUR, tba, BLOODSIMPLE, tba, tba, BENEDICTUM.
Biglietti in vendita su www.ticketone.it e punti vendita collegati sulla rete nazionale a partire da Martedi 28 Febbraio ai seguenti prezzi:
Abbonamento ai 4 giorni : 135 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 1 Giugno: 40 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 2 Giugno: 10 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 3 Giugno: 55 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 4 Giugno: 55 euro + diritti di prevendita
Aggiornerò la lista appena arriveranno le ultime conferme.
Confermati gli Helloween x il 3 giugno!
Milano - Idroscalo - 1, 2, 3, 4 Giugno:
GIOVEDI 1 GIUGNO, apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
VENOM, DIMMU BORGIR, OPETH, DOWN, TESTAMENT, NEVERMORE, SATYRICON, tba, tba, tba.
VENERDI 2 GIUGNO, Festa Della Repubblica, Italian Gods Of Metal, apertura cancelli ore 9, inizio concerti ore 10 (Metal italiano):
STRANA OFFICINA, FIRE TRAILS, EXTREMA, VISION DIVINE, NECRODEATH, DOMINE, NOVEMBRE, STORMLORD, INFERNAL POETRY, WHITE SKULL, MELLOW TOY.
SABATO 3 GIUGNO - apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
DEF LEPPARD, WHITESNAKE, MOTORHEAD, HELLOWEEN, STRATOVARIUS, GAMMA RAY, ANGRA, EDGUY, SONATA ARCTICA, CRUCIFIED BARBARA.
DOMENICA 4 GIUGNO - apertura cancelli ore 9.00, inizio concerti ore 10.00:
GUNS N' ROSES, KORN, DEFTONES, ALICE IN CHAINS, STONE SOUR, tba, BLOODSIMPLE, tba, tba, BENEDICTUM.
Biglietti in vendita su www.ticketone.it e punti vendita collegati sulla rete nazionale a partire da Martedi 28 Febbraio ai seguenti prezzi:
Abbonamento ai 4 giorni : 135 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 1 Giugno: 40 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 2 Giugno: 10 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 3 Giugno: 55 euro + diritti di prevendita
Biglietto singolo 4 Giugno: 55 euro + diritti di prevendita
Aggiornerò la lista appena arriveranno le ultime conferme.
Confermati gli Helloween x il 3 giugno!
venerdì, marzo 03, 2006
Berlusconi superstar a Washington. Il 9 aprile si vota pro o contro Bush
Berlusconi superstar a Washington. Il 9 aprile si vota pro o contro Bush
Non poteva sperare in un successo più grande Silvio Berlusconi nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti. E, proprio per questo, non poteva offrire un motivo più efficace e valido per batterlo alle elezioni del 9 e 10 aprile. Invitato da Bush, accompagnato da Cheney - forse guidato in questa operazione mediatica dall’eminenza grigia Karl Rove - il presidente del Consiglio ha ricevuto un’accoglienza calorosissima, un lunghissimo applauso iniziale, molte interruzioni di approvazione, strette di mano in chiaro stile americano, deputati che hanno chiesto la firma del Cavaliere sulla propria copia del discorso. L’avvenimento è stato abilmente trasmesso in diretta tv non solo dalle reti di informazione, come Rainews24 o TgSky, ma anche dall’ammiraglia di famiglia, Canale 5, con uno speciale del suo Tg, diretto dall’ultraberlusconiano Carlo Rossella. Tanto calore da parte di deputati e senatori statunitensi - visibile una Hilary Clinton sorridente - si spiega anche con l’elettorato di origine italiana che ogni candidato al Congresso ha bisogno di tenersi buono, ma certamente la coreografia ha segnato un punto importante nella campagna elettorale del Cavaliere. Berlusconi si è mostrato perfettamente a suo agio nella Camera dei rappresentanti Usa, ha risparmiato loro le barzellette ma non la storia del padre che lo portò a visitare i cimiteri dei soldati Usa morti per l’Italia a cui destinare sempiterna gratitudine e ha tenuto il discorso con toni per nulla imbarazzati dall’autorevolezza degli astanti. Per come lo conosciamo, non è da escludere che nella testa del premier abbia fatto capolino la tentazione di candidarsi prima o poi alle presidenziali Usa.
Ma, battute a parte, va rifuggita l’idea di replicare al successo americano di Silvio Berlusconi con l’uso della satira o della ridicolizzazione dell’avversario. Il presidente del Consiglio ha tenuto un discorso tutto politico - per quanto elettoralistico - utilizzando gran parte dei toni che lo contraddistinguono ma senza rinunciare al tradizionale schema delle relazioni transatlantiche che ha caratterizzato tutta la politica estera italiana dal dopoguerra in poi. E non è un caso che il suo sia il quarto discorso, dopo quello di De Gasperi, Andreotti e Craxi, tenuti da un italiano al Congresso Usa. Berlusconi ha infatti sottolineato il grande contributo dato dagli Stati Uniti alla libertà e alla democrazia nel mondo, il loro attivo intervento in Italia per sconfiggere il nazismo ma anche per difendere l’Europa dalla “minaccia sovietica” (“sovietica”, e non “comunista”), la centralità della Nato come strumento di sicurezza rispetto al terrorismo, l’importanza di concepire un “unico occidente” e non un’Europa contrapposta agli Usa e viceversa. Un discorso di chiaro stampo atlantista, ossequioso fino alla morte e in cui non sono mancati due riferimenti “liberal”: uno, volto a contraddire il concetto di “scontro di civiltà” perché «non è l’Islam che ci minaccia ma un fondamentalismo religioso che usa il terrorismo»; e l’altro indirizzato allo sviluppo necessario per «gli oltre quattro miliardi di esseri umani che vivono in condizioni di povertà». Aiutarli, dice Berlusconi, non è solo un “dovere morale” dell’occidente ma anche un nostro «interesse vitale».
Nel complesso un discorso da alleato solido e fedele com’era prevedibile. Ed è qui che sta il cuore del problema. Berlusconi si è manifestato nella forma più gradita agli Usa - da qui il gran numero di applausi e il calore dell’accoglienza - ha detto loro le cose che amano sentirsi dire. Si potrebbe dire che si è presentato come un “suddito” fedele, un alleato docile, lo ha pure rivendicato quando ha sottolineato la centralità nella sua politica estera dei legami transatlantici. Insomma, ha mostrato come il berlusconismo sia una variante, forse un po’ goffa ma autentica, non solo del bushismo e della filosofia che gli sta dietro: diffondere ovunque il modello americano, esportare i propri valori, conquistare il pianeta alle leggi del libero mercato. Lo ha rivendicato con orgoglio ed entusiasmo. Com’era prevedibile, il premier non ha fatto alcun cenno alla necessità di ritirare i soldati dall’Iraq, anzi ha elogiato la politica estera statunitense e la sua capacità di «suscitare un vento di libertà» - esportare la democrazia è diventato desueto e poco chic; ha poi sottolineato la centralità di una «Alleanza delle democrazie» a livello internazionale al quale intende lavorare con il presidente Bush (e forse e su questo piano che immagina il suo futuro politico in caso di sconfitta); ha poi esaltato il ruolo della Nato della quale si è mostrato sentito interprete avendoci portato dentro la Russia (ricordando con fierezza il vertice di Pratica di Mare del 2002, quello di Romolo e Remolo…). Ha ricordato i 40mila soldati italiani anch’essi impegnati nel mondo a «difendere la libertà». Insomma ha elencato con minuziosa solerzia tutti i punti di un programma politico liberista - con un riferimento accentuato alle virtù del libero mercato - e di una visione neocolonialista del mondo in cui l’occidente unito deve far valere i propri interessi, primo fra tutti quello alla sicurezza. Ha fatto il Berlusconi, che non è solo un televenditore suadente ma un leader con un progetto politico che intende cementare e consolidare anche in caso di sconfitta alle prossime elezioni.
Per questo ha offerto il motivo forse più valido per batterlo alle prossime elezioni. Battere Berlusconi, cioè, per battere il berlusconismo come variante nostrana del bushismo e quindi della guerra e del liberismo. Battere il berlusconismo che, nell’ossessione del “bene” contro il “male” fomenta ideologismi pericolosi come il “manifesto della razza” di Pera. Quanti dei leader dell’Unione, in condizioni analoghe, farebbero un discorso molto diverso da quello sentito ieri a Washington? Non c’era solo l’Iraq in quel suo riferimento ai valori di democrazia e libertà, ma anche l’Afghanistan, i Balcani, il Kosovo, la politica in Medioriente. Quali toni davvero alternativi saprà usare l’Unione, quali accenti, quali linee guida, ad esempio sul ruolo della Nato? E’ questa la sfida che è stata lanciata ieri e che ci attende oltre il 9 e 10 aprile.
di Salvatore Cannavò (giovedì 2 marzo)
Da: www.liberazione.it
"Quali toni davvero alternativi saprà usare l’Unione, quali accenti, quali linee guida, ad esempio sul ruolo della Nato?"
Queste sono le domande che gli elettori di sinistra, e non solo, si pndogno; verranno ascoltate?
O ancora una volta saranno gli interessi di pochi a prevalere...?
Non poteva sperare in un successo più grande Silvio Berlusconi nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti. E, proprio per questo, non poteva offrire un motivo più efficace e valido per batterlo alle elezioni del 9 e 10 aprile. Invitato da Bush, accompagnato da Cheney - forse guidato in questa operazione mediatica dall’eminenza grigia Karl Rove - il presidente del Consiglio ha ricevuto un’accoglienza calorosissima, un lunghissimo applauso iniziale, molte interruzioni di approvazione, strette di mano in chiaro stile americano, deputati che hanno chiesto la firma del Cavaliere sulla propria copia del discorso. L’avvenimento è stato abilmente trasmesso in diretta tv non solo dalle reti di informazione, come Rainews24 o TgSky, ma anche dall’ammiraglia di famiglia, Canale 5, con uno speciale del suo Tg, diretto dall’ultraberlusconiano Carlo Rossella. Tanto calore da parte di deputati e senatori statunitensi - visibile una Hilary Clinton sorridente - si spiega anche con l’elettorato di origine italiana che ogni candidato al Congresso ha bisogno di tenersi buono, ma certamente la coreografia ha segnato un punto importante nella campagna elettorale del Cavaliere. Berlusconi si è mostrato perfettamente a suo agio nella Camera dei rappresentanti Usa, ha risparmiato loro le barzellette ma non la storia del padre che lo portò a visitare i cimiteri dei soldati Usa morti per l’Italia a cui destinare sempiterna gratitudine e ha tenuto il discorso con toni per nulla imbarazzati dall’autorevolezza degli astanti. Per come lo conosciamo, non è da escludere che nella testa del premier abbia fatto capolino la tentazione di candidarsi prima o poi alle presidenziali Usa.
Ma, battute a parte, va rifuggita l’idea di replicare al successo americano di Silvio Berlusconi con l’uso della satira o della ridicolizzazione dell’avversario. Il presidente del Consiglio ha tenuto un discorso tutto politico - per quanto elettoralistico - utilizzando gran parte dei toni che lo contraddistinguono ma senza rinunciare al tradizionale schema delle relazioni transatlantiche che ha caratterizzato tutta la politica estera italiana dal dopoguerra in poi. E non è un caso che il suo sia il quarto discorso, dopo quello di De Gasperi, Andreotti e Craxi, tenuti da un italiano al Congresso Usa. Berlusconi ha infatti sottolineato il grande contributo dato dagli Stati Uniti alla libertà e alla democrazia nel mondo, il loro attivo intervento in Italia per sconfiggere il nazismo ma anche per difendere l’Europa dalla “minaccia sovietica” (“sovietica”, e non “comunista”), la centralità della Nato come strumento di sicurezza rispetto al terrorismo, l’importanza di concepire un “unico occidente” e non un’Europa contrapposta agli Usa e viceversa. Un discorso di chiaro stampo atlantista, ossequioso fino alla morte e in cui non sono mancati due riferimenti “liberal”: uno, volto a contraddire il concetto di “scontro di civiltà” perché «non è l’Islam che ci minaccia ma un fondamentalismo religioso che usa il terrorismo»; e l’altro indirizzato allo sviluppo necessario per «gli oltre quattro miliardi di esseri umani che vivono in condizioni di povertà». Aiutarli, dice Berlusconi, non è solo un “dovere morale” dell’occidente ma anche un nostro «interesse vitale».
Nel complesso un discorso da alleato solido e fedele com’era prevedibile. Ed è qui che sta il cuore del problema. Berlusconi si è manifestato nella forma più gradita agli Usa - da qui il gran numero di applausi e il calore dell’accoglienza - ha detto loro le cose che amano sentirsi dire. Si potrebbe dire che si è presentato come un “suddito” fedele, un alleato docile, lo ha pure rivendicato quando ha sottolineato la centralità nella sua politica estera dei legami transatlantici. Insomma, ha mostrato come il berlusconismo sia una variante, forse un po’ goffa ma autentica, non solo del bushismo e della filosofia che gli sta dietro: diffondere ovunque il modello americano, esportare i propri valori, conquistare il pianeta alle leggi del libero mercato. Lo ha rivendicato con orgoglio ed entusiasmo. Com’era prevedibile, il premier non ha fatto alcun cenno alla necessità di ritirare i soldati dall’Iraq, anzi ha elogiato la politica estera statunitense e la sua capacità di «suscitare un vento di libertà» - esportare la democrazia è diventato desueto e poco chic; ha poi sottolineato la centralità di una «Alleanza delle democrazie» a livello internazionale al quale intende lavorare con il presidente Bush (e forse e su questo piano che immagina il suo futuro politico in caso di sconfitta); ha poi esaltato il ruolo della Nato della quale si è mostrato sentito interprete avendoci portato dentro la Russia (ricordando con fierezza il vertice di Pratica di Mare del 2002, quello di Romolo e Remolo…). Ha ricordato i 40mila soldati italiani anch’essi impegnati nel mondo a «difendere la libertà». Insomma ha elencato con minuziosa solerzia tutti i punti di un programma politico liberista - con un riferimento accentuato alle virtù del libero mercato - e di una visione neocolonialista del mondo in cui l’occidente unito deve far valere i propri interessi, primo fra tutti quello alla sicurezza. Ha fatto il Berlusconi, che non è solo un televenditore suadente ma un leader con un progetto politico che intende cementare e consolidare anche in caso di sconfitta alle prossime elezioni.
Per questo ha offerto il motivo forse più valido per batterlo alle prossime elezioni. Battere Berlusconi, cioè, per battere il berlusconismo come variante nostrana del bushismo e quindi della guerra e del liberismo. Battere il berlusconismo che, nell’ossessione del “bene” contro il “male” fomenta ideologismi pericolosi come il “manifesto della razza” di Pera. Quanti dei leader dell’Unione, in condizioni analoghe, farebbero un discorso molto diverso da quello sentito ieri a Washington? Non c’era solo l’Iraq in quel suo riferimento ai valori di democrazia e libertà, ma anche l’Afghanistan, i Balcani, il Kosovo, la politica in Medioriente. Quali toni davvero alternativi saprà usare l’Unione, quali accenti, quali linee guida, ad esempio sul ruolo della Nato? E’ questa la sfida che è stata lanciata ieri e che ci attende oltre il 9 e 10 aprile.
di Salvatore Cannavò (giovedì 2 marzo)
Da: www.liberazione.it
"Quali toni davvero alternativi saprà usare l’Unione, quali accenti, quali linee guida, ad esempio sul ruolo della Nato?"
Queste sono le domande che gli elettori di sinistra, e non solo, si pndogno; verranno ascoltate?
O ancora una volta saranno gli interessi di pochi a prevalere...?
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