Diritti, cittadinanza e dignità. La marcia dei latinos scuote l’America
“Non potrei essere più felice”. Non è il commento di un lavoratore messicano o la gioia espressa da un organizzatore delle enormi manifestazioni che hanno popolato le strade d’America il giorno della festa dei lavoratori. A parlare è Tom Tancredo, esponente della destra becera repubblicana, eletto in Colorado e capogruppo del suo partito alla Camera dei rappresentanti. Il fautore della legge contro la quale era stato organizzato il giorno senza immigrati, il Great American Boycott, la pensa così: "Ogni volta che questo tipo di cose (la protesta pacifica, ndr) succedono, i sondaggi di opinione mostrano che gli americani non appoggiano la causa portata in piazza, a prescindere da quale questa sia". Una bella concezione della partecipazione e della politica.
Ad aver ragione di essere contenti sono i lavoratori immigrati e non che hanno riempito le città a centinaia di migliaia. A Los Angeles erano 400mila, lo stesso numero a Chicago, dove polacchi e irlandesi si sono uniti al corteo e dagli uffici gli impiegati battevano le mani. E poi decine di migliaia nei piccoli centri della California, in New Mexico, Tennesee, Massachussets. A Denver, principale città dello stato del deputato Tancredo, erano 50mila ("Ma quando hanno vinto i Broncos - la squadra di football locale - erano mezzo milione", commenta l’eroe della destra locale).
Una marea umana, a poche settimane dalle manifestazioni di marzo e aprile che già avevano stupito gli Stati Uniti. Lo slogan che prevaleva, oltre all’ormai classico "Si, se puede" (che è più o meno "Ce la possiamo fare), cera "Marcha hoy, vota manana" ("Oggi manifestiamo, domani votiamo"). Il movimento dei latinos è forte, ben organizzato e regge alla distanza. E meno male che erano divisi, come commentava la parte più maligna della stampa americana. Se è vero che tra le organizzazioni c’era stata qualche divisione nella scelta di lanciare una nuova giornata di mobilitazione nazionale prima che il Senato fosse convocato di nuovo, la partecipazione è stata lo stesso massiccia e allegra. Segno Niente violenza, niente estremismo, solo tanti lavoratori, irregolari e non, che chiedevano la loro parte di sogno americano. I giornali e i commenti della strada fanno riferimento proprio alla storia del loro Paese: prima la lotta degli americani per affermare i loro diritti sull’impero britannico, poi l’arrivo e l’affermazione delle tante identità che compongono il mosaico nordamericano. Oggi quelle identità vengono celebrate in ogni angolo, la marcia di San Patrizio e le feste di San Gennaro, il capodanno cinese e la marcia dei portoricani (che sono cittadini americani). Per un Paese nato e cresciuto così, è difficile spiegare ai nuovi arrivati che adesso basta.
Gli irregolari non ci stanno e a forza di protestare cominciano ad essere galvanizzati. "Siamo andato oltre a qualsiasi previsione. Questo è solo l’inizio" dichiara alla Associated press Mahonry Hidalgo, organizzatore della marcia in New Jersey (dove vivono tanti dei pendolari che ogni giorno costruiscono la Grande Mela e servono da mangiare ai newyorchesi). Ma oltre agli organizzatori ci sono pezzi di grosso calibro che si schierano: il cardinale di Los Angeles Mahonhey, ha invitato i preti a disobbedire alle leggi che criminalizzano gli immigrati. Eppure al presidente Bush la giornata non è piaciuta. Ma il presidente è al minimo storico, in suo favore ci sono meno americani di quanti non appoggino la legge che la destra repubblicana ha fatto approvare alla Camera (in entrambi i casi siamo intorno al 30%).
Ma quanto ha funzionato l’altra parte della giornata di mobilitazione, quella che intendeva fermare una parte delle imprese nelle quali gli immigrati sono messi al lavoro? La Tyson food, che macella la carne in cento stabilimenti ne ha chiusi dodici, stessa sorte per otto fabbriche di polli su quattordici della Perdue e 29 ristoranti della Chipotle Mexican grill. Nelle scuole della California migliaia di studenti non sono andati a lavorare e molti cantieri hanno lavorato a ritmo ridotto (ad esempio metà degli edili impiegati nel cantiere del nuovo aeroporto di Dallas se ne sono rimasti a casa. E poi nei quartieri a maggioranza latina, le high streets - le strade commerciali - erano spesso semideserte. Non la paralisi dell’economia americana, ma un segnale forte.
E infatti i commentatori si interrogano su come è nato e cresce questo movimento e, soprattutto, se siamo di fronte a un nuovo movimento per i diritti civili come quello dei primissimi anni 60. Una speranza per alcuni, un incubo per altri. Certo è che i dj delle radio latine si stanno trasformando in megafoni, lavorano assieme ai promotori delle manifestazioni, si consultano tra loro e parlano a milioni di persone nella loro lingua. Lo stesso vale per i giornali in spagnolo. Ma sono soprattutto gli speaker radiofonici dai nomi poco politici come ”El Mandril“ (il mandrillo) ”El Cucuy“ (l’uomo nero), ”El piolin“ (il canarino) ad alimentare la partecipazione. Non sono leaders politici, non dicono cosa fare, ma raccontano di una legge ingiusta e la gente, che ha a disposizione televisioni farcite di telenovelas messicane e talk show dove mariti e mogli si prendono a sberle, ascolta e capisce quale potrebbe essere il suo destino se la legge del Congresso entrasse in vigore.
Il tema della lingua è l’altro tema caldo di cui si discute negli Stati Uniti in questi giorni. La scorsa settimana è uscita una versione dell’inno americano in spagnolo e le polemiche sono divampate. Il classico argomento da usare per spargere un poco di fumo su una vicenda molto più grande. Il senatore Bill Frist, capogruppo repubblicano al Senato, ha firmato una legge che rende obbligatorio l’uso dell’inglese per l’inno, mentre Bush si è speso sull’argomento per dire che "chi vuole diventare cittadino di questo Paese deve imparare l’inglese e cantare l’inno nella nostra lingua". E questo è un nodo vero che i nemici della regolarizzazione dei 12 milioni di irregolari utilizzano. Gli ispanici sono tanti, arrivano a milioni e in alcune zone del Paese diventeranno presto maggioranza. Anche a settori moderati della società, la cosa fa paura. Molti giornali hanno polemizzato con le manifestazioni perché sui palchi non si parlava inglese. E’ un aspetto minore ma importante, una chiave da usare per coloro che vogliono chiudere le frontiere ed organizzare deportazioni di massa. Il ”Corpo di difesa civile dei minuteman“, ronde armate anti clandestini dell’Arizona che pattugliano la frontiera col Messico, sostengono che nella sola settimana dopo la marcia del 25 marzo si sono presentati 400 volontari, rispetto ad una media di 135. Nella stessa settimana, la colletta su Internet per iniziare a costruire barriere sulle proprietà private al confine ha raccolto 150mila dollari. Lo scontro è duro ed è tra chi si batte per più diritti e chi sparerebbe a chi passa la frontiera come a dei conigli. In mezzo i repubblicani, che non sanno bene da che parte stare. La settimana prossima il Senato torna a discutere della mediazione raggiunta tra repubblicani moderati e democratici, da Washington dovranno dare delle risposte a tanti non cittadini che chiedono di diventarlo.
di Martino Mazzonis (mercoledì 3 maggio)
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